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Corruzione e legami con la ‘ndrangheta, manette a un magistrato

Per venir fuori dal carcere bastava pagare. Al resto ci pensava la “toga” amica. Gli avvocati presentavano istanza al Tribunale della Libertà, poi lui, il giudice Giancarlo Giusti, trovava il cavillo giusto e gli ‘ndranghetisti tornavano a casa. L’ultima volta al clan Bellocco è costato 120 mila euro. In compenso, il 27 agosto del 2009, la cosca di Rosarno potè riabbracciare Rocco Bellocco, Domenico Bellocco e Rocco Gaetano Gallo, arrestati alcuni mesi prima nell’operazione congiunta tra le procure di Reggio Calabria e Bologna, “Rosarno e nostra”. A Giusti arrivarono, 120 mila euro, ossia quanto previsto dal suo personale tariffario. Lui prevedeva 40 mila euro a testa.

Stamattina sono finiti in manette in otto. Il giudice e altri sette esponenti della “famiglia”. Contro la toga l’accusa di corruzione in atti giudiziari e concorso esterno in associazione mafiosa. Per i magistrati della Procura di Catanzaro (l’inchiesta porta la firma dell’Aggiunto Giuseppe Borrelli e del sostituto Vincenzo Luberto) era “a disposizione” della ‘ndrangheta.
Ad inchiodare l’allora giudice del Tdl una serie di intercettazioni provenienti da diverse indagini. Dialoghi che singolarmente non avevano significato, ma che gli specialisti della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno rimesso assieme in maniera certosina, incastrando ogni tassello in un unico mosaico.

L’operazione “Abbraccio”, che ha portato all’arresto di sette persone in tutto, ha dimostrato l’esistenza di un sistema consolidato. Giancarlo Giusti, era già rimastro incastrato nella rete di un’altra inchiesta. E infatti si trovava già ai domiciliari per una condanna a 4 anni nell’ambito di una inchiesta della Dda di Milano ed era stato sospeso dal Csm. Stava aspettando il giudizio definitivo in casa perché, mentre era dietro le sbarre, dopo la sentenza di primo grado aveva tentato il suicidio.

Era un giudice particolare “giusti”, amava la bella vita e belle donne. Quando venne arrestato la prima volta gli investigatori a casa sua trovarono un diario nel quale si appuntava, e raccontava, le notti trascorse le prostitute che i boss del clan Valle-Lampada gli procuravano in cambio di informazioni. Per i giudici di Palmi che firmarono l’ordinanza di custodia cautelare in carcere il clan organizzava viaggi nel nord Italia e incontri con alcune escort. Una ventina di fine settimana di piacere al Nord, tutti documentati. Nei suoi appunti si scoprì che c’era la ceca Jana, quarantenne, le russe Zhanna 36 anni, ballerina al Rayto de Oro, a La Tour, al Venus, e altri night di Milano e del nord, ed Elena, 41 anni, la kazaca Olga, 34 anni, e la slovena Denisa, 27 anni.

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