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IL PUNTO/ Gli Usa osservano Renzi: per Obama la garanzia è Napolitano

Ormai l’America, quando guarda alla politica italiana, non si sorprende più di nulla. Ha seguito con attenzione il voto di febbraio, per poi scoprire che alla fine non ha vinto nessuno. Poi l’impasse, l’incredibile rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. E ora, curiosa, tenta di capire come mai un governo a guida Pd venga buttato giù, dopo meno di un anno, da una rivolta interna allo stesso partito. La grande stampa si chiede se l’azzardo di Renzi avrà successo. Bloomberg è scettica e titola: «Renzi ha idee, energia, ma una brutta tempistica». Il New York Times mette l’accento sulla ‘rivolta di partitò. Il Wall Street Journal osserva come Renzi abbia «promesso di scuotere un sistema politico ormai sclerotizzato». Ovviamente, sul cambio della guardia a Palazzo Chigi, nessun commento ufficiale – almeno finora – da parte della Casa Bianca o del Dipartimento di Stato. La linea è di massimo rispetto verso la sovranità di una nazione alleata. Tuttavia, quello che filtra dall’amministrazione americana è la conferma del rapporto privilegiato con il capo dello Stato. I governi possono anche cambiare, ma agli occhi di Barack Obama, Giorgio Napolitano resta la figura di garanzia per un intero Paese. Quali che siano le vie d’uscite della crisi politica, le scelte parlamentari, per gli Usa il solo fatto che al Quirinale ci sia ‘Re Giorgiò costituisce un elemento di sicurezza e di fiducia. Soprattutto per quanto riguarda il ruolo dell’Italia nelle crisi internazionali e nel più ampio scacchiere europeo. È stato così con l’operazione Monti, capace di trattare da pari a pari con la cancelliera tedesca Angela Merkel ai tempi della crisi dell’Euro. Lo stesso si può dire con Enrico Letta, con cui Obama sin dai tempi del G20, pensiamo alle giornate difficili sulla Siria, ha stabilito un rapporto fortissimo. Basti pensare che a ottobre scorso, durante la sua prima e ormai ultima visita ufficiale negli States, Letta ebbe l’onore di avere una colazione di lavoro alla Casa Bianca. «Con Enrico Letta – disse allora Obama – condividiamo gli sforzi comuni sulla lotta alla disoccupazione giovanile e per la crescita. Tra di noi c’è stato un rapporto forte da subito». Detto questo, nessuno qui a Washington dubita che sarà così anche con Matteo Renzi, il futuro premier che accoglierà Obama a Palazzo Chigi, il prossimo 27 marzo, nel giorno dello storico incontro tra il presidente americano e il Papa. Del resto il sindaco di Firenze ha da tempo forti contatti con l’amministrazione Obama. Nel settembre 2012, Renzi andò a Charlotte, alla Convention democratica che incoronò Barack a pochi mesi della sfida per la rielezione. In quell’occasione, parlò del governo della sua città, partecipando a un forum assieme ai più importanti sindaci democrats d’America. E più volte, nei suoi discorsi, sembra riecheggiare la retorica del primo Obama, quello del 2008, dei tempi di ‘Hopè e soprattutto ‘Changè. E ieri, a caldo, subito dopo il voto della direzione che sanciva la staffetta, uno degli uomini di punta della macchina elettorale di Barack, il capo della Organizing For America, Mitch Stewart, lo ha lodato così su twitter: «Congratulazioni MatteoRenzi. È bello avere un leader che ne capisce di organizzazione». Certamente un buon viatico per un leader, il più giovane premier della storia repubblicana, che nei prossimi mesi si gioca la partita della vita

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