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Teatro dell’Orologio: tra l’incudine dell’arte e il martello del pane…il Comune dov’è? Conversazione con Fabio Morgan

Fabio Morgan e Leonardo Ferrari Carissimi, direttori artistici del Teatro dell'Orologio di Roma

Fabio Morgan e Leonardo Ferrari Carissimi sono i due giovani direttori artistici del Teatro dell’Orologio – uno dei più importanti teatri cosiddetti piccoli di Roma, situato in pieno centro, su Corso Vittorio Emanuele (via dei Filippini 17/a). Un paio di anni fa, investendo di tasca propria, hanno rilevato la direzione dello spazio, scommettendo su un settore fortemente in crisi sia da un punto di vista economico che culturale, tutto ciò nell’ambito di un’amministrazione comunale che negli ultimi tempi ha smesso di valorizzare il settore. Tra la volontà di dare segni di discontinuità col passato e la necessità di battere cassa, la ricerca del giusto equilibrio è un’impresa ardua, tanto più se latitano i finanziamenti pubblici. Ne abbiamo parlato con Fabio Morgan che, anche in qualità di presidente della Consulta dei Teatri del Lazio (Agis), possiede un punto di vista privilegiato sulla situazione.

Perchè questa scelta in un momento del genere?

La passata gestione aveva dato ottimi risultati ma negli ultimi anni era in discesa. Come per il settore in generale, i problemi erano una certa stanchezza e la difficoltà di gestire lo spazio senza i ‘fasti’ e le risorse del passato. Ci abbiamo investito per svecchiare e rilanciare il teatro, facendo leva sul nome ormai storico.

E’ una scommessa…

Il discorso dell’impresa culturale va affrontato in modo serio. Per lo più il teatro in Italia è gestito da associazioni culturali che sono o dovrebbero essere senza scopo di lucro. Non credo sia il modo giusto di operare, anche nei confronti degli enti pubblici, di fronte ai quali ci si presenta come questuanti a chiedere denaro perchè ‘si fa cultura’. La mia situazione e quella di tanti altri privati ha una diversa dignità. Ci siamo messi in gioco mettendo sul tavolo risorse nostre e cercando un diverso tipo di interlocuzione con l’amministrazione. Il teatro è un’impresa di una splendida inutilità, ma va comunque gestito in modo serio. E’ tutto da reinventare, occorre ‘ricostruire’ il pubblico.

Pubblico che ultimamente sfugge ai palcoscenici…

Non penso che la gente non sia interessata al teatro. Ogni struttura ha la propria vocazione. Non disdegno i teatri privati con cartelloni ‘leggeri’ – anche perchè funzionano – ma uno spazio come il mio ha una vocazione più contemporanea. Si tratta di linguaggi delicati, di più difficile recezione e di minore appeal immediato. Il punto è fidelizzare poco a poco il proprio pubblico.

Come lo state facendo?

Assieme al teatro Argot abbiamo programmato – unici a Roma – una stagione congiunta di solo teatro contemporaneo, ‘Dominio Pubblico’. Lo abbiamo fatto senza risorse pubbliche, buttando il cuore oltre l’ostacolo e con la certezza che finiremo per perderci, economicamente parlando. Nell’ambito di questa iniziativa è coinvolto un gruppo di giovani under 25 pescati nelle università, a cui abbiamo dato la possibilità di seguire gli spettacoli gratuitamente, di incontrare gli artisti e in generale di vivere il teatro tout court, come un posto a loro vicino. Con il progetto ‘All In, chiamata alle arti’ avranno la possibilità – ad aprile – di gestire l’Orologio per una settimana, programmando una mini-stagione di artisti under 25 da loro selezionati. E’ un progetto che rientra nel processo di fidelizzazione di cui parlavo. Rimane il fatto che è difficile, senza aiuto, mettere in piedi progetti del genere – che non danno frutti nell’immediato – e sostenersi economicamente nel frattempo.

E’ un tipo di iniziativa che regge ‘fino ad esaurimento scorte’.

Sì, ed è qui che dovrebbero entrare in gioco gli enti pubblici, Comune in primis. Sia chiaro: non preventivamente, sulla fiducia. Se la mia attività è giudicata di qualità, l’Amministrazione dovrebbe essere interessata a costruire un orizzonte culturale appetibile in cui collocare il mio teatro – e quindi a sostenermi, in un rapporto di scambio. L’Orologio e gli altri tanti piccoli teatri diverrebbero roccaforti culturali da cui Roma trarrebbe giovamento, anche da un punto di vista turistico ed economico.

Ma questo non accade…

La politica ha smesso di finanziare i teatri privati almeno da un anno e mezzo. Non c’è l’ombra di un bando. Molti operatori sono allo stremo e devono ridursi a fare gli ‘affittacamere’ per fare cassa, senza la possibilità di lavorare a una direzione artistica di qualità. E’ impossibile ipotizzare una programmazione pluriennale perchè ogni anno si rimane appesi a fantomatiche sovvenzioni che non è detto che arrivino. Come Agis abbiamo proposto un sistema di finanziamento triennale, come funziona in tutta Europa. Abbiamo anche preso posizione nette sull’Assessorato alla Cultura chiedendo le dimissioni di Flavia Barca, con cui non riusciamo a dialogare.

Lorenzo Marziali

Da ‘Il Corriere di Roma’ n. 5 2014

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