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Ambulanti a Cola di Rienzo, l’inchiesta / (2) Mutande in vendita davanti a Trussardi

Via Cola di Rienzo, il Suk davanti Trussardi

Questa sorta di mercato all’aperto è gestito soprattutto da indiani, occupa parte dei passaggi pedonali e copre  la vista delle vetrine e gli ingressi dei negozi. Ma chi pensa che i commercianti esternino la loro indignazione si sbaglia: la maggior parte di loro non parla, si chiude nel silenzio

di Francesco Vitale

Roma. Quartiere Prati, Via Cola di Rienzo, un tempo vetrina dello shopping e del turismo locale, nazionale e internazionale, oggi è una strada dominata dall’abusivismo, abbruttita dal degrado economico e sociale. Percorrerla tutta, da Piazza Risorgimento fino a raggiungere Piazza Cola di Rienzo, angolo Via Marcantonio Colonna dà un senso di malessere.  I marciapiedi sono occupati da  bancarelle di ogni tipo, sporche, improvvisate, venditori ambulanti, nomadi e mendicanti fanno da contorno. Una corte dei miracoli. Questa sorta di mercato all’aperto è gestito soprattutto da indiani, occupa parte dei passaggi pedonali e copre  la vista delle vetrine e gli ingressi dei negozi . Ma chi pensa che i commercianti esternino la loro indignazione si sbaglia: la maggior parte di loro non parla, si chiude nel silenzio. Qualcuno a denti stretti e sottovoce racconta di una “serena convivenza” tra abusivi e commercianti, della serie “noi non diamo fastidio a loro e loro non danno fastidio a noi”. Ci sono griffe importanti, di spessore internazionale lungo Cola di Rienzo. Ma molti negozianti chiedono di non essere neppure nominati. All’inizio della strada, partendo da Piazza Risorgimento, c’è Original Marines: davanti ha una bancarella stabile di abbigliamento. Le commesse all’interno alzano le spalle affermando che non ci sono problemi, poiché vendono cose diverse e non c’è contrasto tra i due “commercianti”. Inoltre, spiega l’altra collega del negozio, “loro hanno il permesso e pagano l’affitto per stare lì”. E’ la concorrenza (sleale), bellezza. Si prosegue  lungo la strada, tra piccoli venditori di occhiali da sole, orologi, strumenti per infilare ago e filo, bigiotteria varia. Poco più avanti c’è lo store della Benetton. Un nome pesante. Non c’è bisogno di entrare: davanti c’è una delle “statue viventi” intenta a fare smorfie e saluti in cambio di qualche centesimo. Si trova davanti alla vetrina centrale; sembra lo sponsor del negozio. Poco più il là c’è  il negozio più importante e lussuoso del mondo, Tiffany & Co., aperto in via Cola Di Rienzo poco prima di Natale, coperto quasi del tutto da un venditore di borse, alcune delle quali appoggiate sui bordi di un contenitore d’immondizia. Uno scempio. La titolare del negozio è disponibile, ma preferisce non esprimersi sugli abusivi: “Se loro sono lì è perché qualcuno ce li ha messi”, si lascia scappare. Ma i clienti di Tiffany cosa dicono? “La gente si lamenta, ma alla fine noi siamo un marchio conosciuto”.  A fianco c’è Coin, chiuso temporaneamente per ristrutturazione, tra bancarelle e palizzate sembra Fort Apache. Qualche decina di metri più in là c’è la vetrina di Trussardi, non ha certo bisogno di presentazione. Ma è sovrastata da una mega bancarella di mutande e altro intimo, con un furgone stabilmente parcheggiato. Dalla bocca dei commessi neanche una parola, il negozio è semivuoto. E la gente? Molti residenti in giro, rassegnati. Lamentano il degrado del quartiere, senza più spazi né regole. C’è chi se la prende con i politici, chi con i vigili. Cosa nasconde il suk? Chi tollera (o alimenta) il degrado? Nessuna risposta, solo sguardi di intelligenza.

Da ‘Il Corriere di Roma’ n. 6 2014

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