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ISRAELE/Migranti si arrendono, se ne vanno in 1700

Impegnato ad arginare un’ondata di migranti africani (per lo più sudanesi ed eritrei) il governo israeliano è convinto di aver escogitato una formula tale da indurli a tornare gradualmente in Africa, pur senza espellerli in modo formale. I «ritorni volontari», ha annunciato il ministro degli interni Gideon Saar (Likud), sono stati a febbraio 1.705 (su un totale di circa 55 mila migranti in cerca di asilo in Israele): una cifra che rappresenta un netto aumento rispetto ai mesi precedenti. Come incentivo, ogni adulto in partenza riceve 3.500 dollari, per affrontare le prime necessità. Il fenomeno è seguito con ansia dal Centro ‘Assaf’ di assistenza ai profughi, nella sensazione che quanti tornano in Africa siano esposti a pericoli di vario genere, fra cui lunghe detenzioni. «Di certo non si può parlare di ‘partenze volontarie’ » ha detto all’ANSA Mutassem Ali, un migrante sudanese attivo nelle proteste contro il governo israeliano. «Qui si fa di tutto per renderci la vita amara. C’è gente ridotta alla disperazione». Due anni fa, in un primo tentativo di misurarsi con l’ingresso di migranti via terra al ritmo di 1.500-2.000 al mese, il premier Benyamin Netanyahu aveva ordinato la costruzione in tempi serrati di una barriera lungo il confine con il Sinai egiziano. Con il suo completamento, gli ingressi illegali sono di fatto cessati. Ma restava la problematica presenza di decine di migliaia di africani nei rioni poveri di Tel Aviv, Eilat, Arad. Per loro è stato adesso aperto il ‘Centro di accoglienzà Holot, nel Neghev. Pur avendo cancelli aperti viene visto come un carcere a tutti gli effetti perchè gli internati sono costretti a fare atto di presenza tre volte al giorno. A Holot sono stati accolti finora (a tempo indeterminato) alcune centinaia di uomini, senza famiglia. Anche Mutassem Ali (un geologo laureato a Khartum, da oltre quattro anni in Israele) avrebbe dovuto raggiungere Holot, ma ha ingaggiato una battaglia legale. In Israele non vede più futuro. La sua speranza personale è di essere accolto da una università statunitense. La sorte dei migranti rientrati in Africa, secondo Saar, non deve destare apprensione. A quanto gli viene riferito, sanno provvedere a se stessi. Diversamente da lui, Mutassem Ali sostiene che quanti hanno fatto ritorno in Sudan (e anche in Eritrea) sono sottoposti a processi, o sono minacciati di esserlo. Rischiano, stima, fino a dieci anni di reclusione. Gli risulta che un piccolo numero di migranti ha intanto raggiunto l’Uganda: ma ancora non è noto quale status riceveranno, e quanto potranno restare. Fra i conoscenti di Mutassem Ali che ruotano attorno alla Piazza Levinsky, in un rione proletario di Tel Aviv, serpeggia la demoralizzazione. Alcuni si preparano a partire, «non importa dove, la Costa d’avorio, o anche il Ruanda». Altri sperano in pressioni internazionali che inducano Israele a riconoscere loro quello status di profughi che finora è stato elargito solo a pochi fortunati. Nelle strade cresce la tensione: non solo per la costante pressione della polizia, ma anche per l’ostilità latente degli abitanti israeliani della zona, che si sentono minacciati a loro volta dalla «invasione africana». Finora il commissariato di polizia di Piazza Levinsky è riuscito ad impedire incidenti. Ma adesso sta per essere chiuso e nelle strade si avverte un’atmosfera gravida di preoccupazione.

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