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Borsellino, il telecomando dell’attentato fu piazzato nel citofono

Dalle intercettazioni delle conversazioni in carcere di Totò Riina emerge che il telecomando usato per la strage in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato piazzato nel citofono dell’abitazione della madre del giudice. Il boss l’avrebbe confidato al detenuto Alberto Lo Russo.

Dalle conversazioni tra Riina e Lorusso, molto confuse e difficili da decrittare, non si capisce se l’esplosione dell’autobomba che uccise Borsellino e gli agenti della scorta sia stata provocata dallo stesso magistrato, citofonando all’appartamento della madre, o se ad azionare il congegno, piazzato nel citofono, sia stato, come ritenevano gli investigatori, il boss Giuseppe Graviano nascosto a poca distanza. Nessun pentito ha mai chiarito, finora, chi abbia azionato il telecomando usato per l’eccidio di via D’Amelio. Ora i pm di Caltanissetta che hanno riaperto le indagini sulla strage stanno cercando di verificare le ultime rivelazioni di Riina anche se, a distanza di 22 anni, sarà molto complesso riuscire a venire a capo del mistero.

La conversazione risalirebbe ad agosto scorso. Non è la prima volta che il capomafia corleonese si vanta delle proprie «gesta stragiste». Nelle lunghe chiacchierate con Lorusso, il boss alterna minacce ai magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia con ricordi dell’epoca delle bombe mafiose: «Io ho vinto proprio, ho vinto da strafare», dice. E rivendica, con toni irridenti, gli attentati di Capaci e via D’Amelio e, tra gli altri, gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del giudice Rocco Chinnici

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