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Il lavoro in Germania tra minijob e sussidi universali

Un «punto di riferimento» per il presidente del Consiglio Matteo Renzi, un «utile esempio» per la Banca centrale europea. Le riforma del mercato del lavoro in Germania torna a fare da modello per l’Italia, un Paese con un approccio radicalmente diverso che guarda con interesse alla bassa disoccupazione ottenuta da Berlino attraverso alta flessibilità, e alla competitività-record ottenuta con una forte pressione sui salari. Tutto parte dalla riforma Hartz, dal nome dell’ex consigliere d’amministrazione di Volkswagen che, sotto il governo Schroeder, diede vita fra il 2003 e il 2005 a una serie di provvedimenti sul mercato del lavoro nella Germania post-unificazione alle prese con ben cinque milioni di disoccupati. La riforma, secondo alcuni, costò le elezioni al cancelliere tedesco. Ma a distanza di un decennio ha contribuito a ridurre i disoccupati di oltre due milioni, con un tasso di disoccupazione di circa il 5%, sui minimi record nel mezzo della peggior crisi dell’Eurozona, e con bassissima disoccupazione fra i giovani. In quattro provvedimenti, la Germania ha rilanciato il suo welfare attraverso sussidi di disoccupazione universali, estesi cioè a tutti, purchè si dimostri di essere in ricerca attiva di lavoro: i disoccupati vengono sollecitati con proposte di lavoro che, se non accettate, decurtano progressivamente le sovvenzioni pubbliche. Una rivoluzione se applicata all’Italia, un Paese colpito da un alto tasso di lavoratori scoraggiati (che hanno smesso di cercare) e dal retaggio storico del corporativismo: i benefici pubblici passano principalmente attraverso la cassa integrazione e il ruolo del sindacato, vanno a chi il lavoro già ce la e lo perde (o rischia di perderlo) escludendo di fatto i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Fra buoni per la formazione, job center e agenzie interinali, Hartz ha poi introdotto i famosi, nel bene e nel male, ‘Minijob’, contratti di lavoro precari, poco tassati, senza diritto a pensione nè assicurazione sanitaria; i Midjob, contratti atipici a 400 euro massimi; i finanziamenti a microimprese autonome e un maggior sostegno per gli over-50 che perdono il lavoro. Infine, nella ‘Hartz IV’, un reddito di cittadinanza anche a chi non trova lavoro dopo aver completato gli studi, con contributi per la casa, la famiglia e i figli, un’assicurazione sanitaria. Alta flessibilità del lavoro, come chiesto per anni da Fmi, Bce. Da una parte la flessibilità americana, dall’altra il modello nord-europeo universalistico (con qualche abuso come i lavori a un’euro l’ora per non perdere il sussidio). Un mix che ha facilitato le assunzioni portando il costo del lavoro, che era cronicamente alto, a livelli così competitivi da rendere la Germania il secondo esportatore mondiale dopo la Cina (a volte superando Pechino). Ma che hanno anche indebolito i consumi, al punto da spingere i partner Ue e persino gli Usa, con l’amministrazione Obama, a chiedere un riequilibrio: pagate meglio il lavoro, viene spesso chiesto a Berlino ora che il debito frena i Paesi tradizionalmente ‘spendaccionì del Sud d’Europa.Ger

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