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MEDIO ORIENTE/ Obama ad Abu Mazen: ‘Assumersi rischi per la pace’

Barack Obama e Abu Mazen

Nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca, il presidente americano Barack Obama ha oggi esortato il leader palestinese Abu Mazen ad assumersi dei «rischi», assieme al premier israeliano Benyamin Netanyahu, per «cogliere l’occasione» di una pace che da decenni appare utopia. Ma Abu Mazen ha dal canto suo sfidato ancora Israele a dimostrare la sua «serietà», mantenendo l’impegno di liberare un nuovo gruppo di detenuti palestinesi, come previsto dal luglio scorso. Nel tentativo di sbloccare i colloqui israelo-palestinesi, Obama ha ricevuto due settimane fa alla Casa Bianca anche Netanyahu, e lo ha esortato ad assumere decisioni «difficili», mentre si profila un rinvio della scadenza prevista inizialmente per i colloqui di pace, avviati lo scorso luglio. Dovevano produrre risultati entro il 29 aprile, quanto meno un ‘accordo quadrò sui grandi temi in discussione: confini, sicurezza, Gerusalemme, colonie, rifugiati, reciproco riconoscimento. Invece, prevedibilmente, andranno avanti per mesi. E l’atmosfera, in realtà, resta per ora di sfiducia. «Israele, se vuole mostrarsi davvero uno Stato serio, deve mantenere l’impegno di liberare i prigionieri, come era stato previsto», ha tagliato corto Abu Mazen davanti ai giornalisti. Sul piatto, secondo quanto trapelato sulla stampa araba, ci sono tra gli altri i nomi di due prigionieri di grosso calibro: Marwan Barghouti, popolare capo dei Tanzim, braccio armato di Fatah durante la seconda Intifada; e Ahmed Sadat, leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), entrambi condannati all’ergastolo dallo Stato ebraico con l’accusa di terrorismo. Sulla questione non c’è nulla di ufficiale, ma il ministro Israel Katz, un ‘falcò del Likud (il partito di Netanyahu), ha prontamente affermato sul suo profilo Facebook che «Barghouti è un arci-assassino e un vigliacco. Deve marcire in carcere fino al giorno in cui esalerà l’ultimo respiro». Oltre alla questione dei prigionieri, tra gli ostacoli che tengono le parti ancora lontane c’e il rifiuto palestinese di riconoscere Israele come Stato ebraico. Un argomento ribadito da Netanyahu anche durante la sua visita a Washington, quando dal podio di una conferenza di un forte gruppo di pressione pro Israele negli Usa ha esortato Abu Mazen a smetterla di «negare la storia», sostenendo che così il leader palestinese «metterebbe in chiaro la sua determinazione a porre fine al conflitto». Ma Abu Mazen, ancora oggi, accanto ad Obama, ha ricordato che «è dal 1993 che abbiamo riconosciuto lo Stato di Israele», ai tempi dell’accordo di Oslo. Frattanto, il presidente israeliano Shimon Peres non pensa che Abu Mazen debba ancora dimostrare la sua volontà di porre fine al conflitto con Israele: è «un vero partner per la pace, »un uomo di principi, che si oppone alla violenza e al terrore«, ha affermato il capo di Stato e premio Nobel per la pace, dissociandosi apertamente dalle parole recenti del ministro della Difesa, Moshe Yaalon, contro il successore di Yasser Arafat. Ora, ha aggiunto Peres, »siamo a un punto nodale dei negoziati e dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per assicurarci che continuino«. La stessa visione di Obama che, dopo aver annunciato sanzioni ad esponenti russi e ucraini, accogliendo Abu Mazen ha sottolineato come sia »duro e complicato«, ma non impossibile arrivare alla pace. A patto di prendere le »decisioni difficili« necessarie a »progredire«.

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