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Non resta che sperare che Putin sappia quel che fa

Ci troviamo nel pieno di una crisi internazionale densa di incognite e quasi non ce ne rendiamo conto, a giudicare dagli umori, dalle dichiarazioni, dai titoli sui giornali. Evidentemente il bubbone suppurava da mesi, ma il rischio di una infezione devastante era stato ampiamente sottovalutato da tutti. Perché, obiettivamente, si pensava che non potesse più succedere quello che sta succedendo e che i carri armati fossero ormai solo strumento da parata. La stretta interdipendenza economico finanziaria tra i diversi tasselli del mosaico internazionali è talmente vincolante da escludere scossoni autolesionisti. Rompere l’equilibrio, in parole povere, non conviene a nessuno, non si può vincere, perdono tutti. Eppure è accaduto. Putin ha forzato il gioco, certo che la controparte non avrebbe reagito in modo violento e scomposto. Non è chiara la posta in gioco, non è chiaro fino in fondo l’obiettivo. La Crimea vale una crisi internazionale? Ci sono di mezzo i contratti, le forniture di gas e petrolio a mezza Europa. Ci sono investimenti russi da tutelare. E le sanzioni che America e Europa annunciano fin dalle prossime ore? E il terrore nel volto e nei gesti dei magnati russi preoccupati di ritirare tutto quel che è possibile dalle banche occidentali? E Pechino, come intende muoversi. Alla luce della interdipendenza basta spostare di poco l’equilibrio per provocare scossoni importanti dall’altra parte del mondo. Il gelido sguardo di Putin non promette niente di buono. Non resta che sperare che il nuovo zar russo sappia quello che sta facendo.

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