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UNIVERSITÀ/Iscritti giù del 20%, abbandoni al 55%: colpa del mancato orientamento scolastico

La mancanza di orientamento scolastico sta producendo danni macroscopici all’Università italiana: rispetto all’anno accademico 2003/04 si sono persi circa 90.000 iscritti ai nostri atenei, quasi il 20%; il tasso di abbandono universitario è ormai del 55%, il più elevato della media Ocse; in alcune fasce d’età gli iscritti che raggiungono la laurea sono oltre 15 punti percentuali sotto la media europea. La progressiva fuga dai banchi accademici, rilevata dalla Commissione Ue, è tale da non poter essere spiegata solo dalle difficoltà economiche delle famiglie. Ce lo dice anche lo studio, realizzato da AlmaDiploma e pubblicato in queste ore, sulle performance negli studi accademici e di occupabilità: analizzando i destini di 72mila diplomati di scuola secondaria superiore negli ultimi cinque anni, il Consorzio di scuole superiori ha appurato che “il 41% dei diplomati 2012 dichiara di aver sbagliato a scegliere la scuola fatta”.

E che la prosecuzione degli studi, hanno scritto i ricercatori di AlmaDiploma, “è una scelta che coinvolge soprattutto i diplomati più brillanti: indipendentemente dalla condizione lavorativa, infatti, risultano iscritti all’università nella misura del 72% (contro il 55% di quelli con voto basso)”. Complessivamente oggi appena “64 diplomati su cento proseguono la propria formazione e sono iscritti ad un corso di laurea”. Ma già a distanza di “un anno dal titolo, per 18 diplomati su cento la scelta universitaria non si è dimostrata vincente: fra coloro che dopo il diploma hanno deciso di continuare gli studi, l’8% ha deciso di abbandonare l’università fin dal primo anno, mentre un ulteriore 10% è attualmente iscritto all’università ma ha già cambiato ateneo o corso di laurea”.

Le conclusioni dell’ampio studio nazionale sono davvero preoccupanti: “di fronte a un Paese che avrebbe necessità di aumentare la soglia educazionale si registra una minore attrazione dei giovani verso lo studio universitario. Nello stesso tempo diminuisce il tasso di occupazione giovanile e cresce quello di disoccupazione (che sfiora il 40% tra i 15-24enni). E diventa sempre più rilevante il numero di coloro che non fanno nessuna scelta e che ricadono nella categoria dei Neet (Not in Education, Employment or Training), giovani che non studiano e non cercano lavoro”.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, “la colpa di questi numeri disastrosi ha senza dubbio origine nello scarso orientamento formativo che si pratica nelle nostre scuole già a partire dalla secondaria superiore di primo grado. Se il 17,6% dei nostri giovani lascia i banchi prima del tempo, contro una media dei 28 Paesi Ue del 12,7%, è evidente che i nostri ragazzi si trovano anche a scegliere il loro percorso formativo senza adeguata consapevolezza. Occorre quindi investire nei docenti-tutor, esperti ed esentati dalle lezioni, per fare in modo che possano guidare i giovani nella scelta per loro più idonea”.

Il sindacato ritiene che i nostri governanti debbano intervenire con celerità: occorre arrestare il declino culturale e professionale verso cui sono destinate sempre più le nostre nuove generazioni. Anche la Crui ha di recente scritto al premier Renzi, sostenendo, tra le altre cose, che “il Paese non cresce se non si rafforza l’alleanza tra formazione e mondo del lavoro in tutte le aree. Servono politiche che attraverso azioni di defiscalizzazione incentivino un rapporto più stretto tra Università e Imprese”.

“A livello di scuola – spiega Pacifico – per invertire la tendenza occorre attuare due importanti riforme: anticipare a cinque anni il percorso scolastico e renderlo obbligatorio fino alla maggiore età; in tal modo l’attuale percorso di studi rimarrebbe inalterato, 13 anni complessivi, ma si anticiperebbe di 12 mesi l’uscita, con la novità di mantenere sino all’ultimo l’obbligo di andare a scuola. La seconda riforma coinvolgerebbe quel 36% di giovani che non vanno all’università: si tratta di oltre 150mila ragazzi che ogni anno lo Stato dovrebbe preparare al meglio per il mondo del lavoro. E c’è solo un modo per farlo: prevedere per loro la frequenza di forme avanzate di alternanza scuola-lavoro tra i 15 e i 18 anni di età, quindi nei tre anni finali delle superiori. Così si renderebbero appetibili alle aziende, evitando – conclude il sindacalista Anief-Confedir – che vadano ad ingrossare la già troppo folta categoria dei Neet”.

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