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Attenti a quei due, Zingaretti e Marino vanno guardati a vista

Nella cronaca politica italiana non ci sono solo Renzi e Berlusconi. Roma e il Lazio, per il ruolo che occupano sul palcoscenico italiano meritano attenzione. Due episodi delle ultime 24 ore meritano attenzione e coinvolgono i due uomini chiave del momento, il sindaco di Roma Ignazio Marino e il presidente della Regione Zingaretti. Per motivi diversi ma egualmente imbarazzanti che fanno porre seri dubbi sulla congruità della loro azione istituzionale. A Roma il problema casa è politico prima ancora che sociale, i movimenti per la casa, di sinistra e di destra sono organizzati, forti, in grado di contrapporsi muscolarmente e strategicamente alla amministrazione. Decine gli edifici occupati, di tutti i tipi, anche caserme – illegalmente è ovvio – nel centro e in periferia. Occupazioni tollerate, subite, accettate, “storiche”, concordate. Da Rutelli e Veltroni prima via via fino alla coppia Marino-Nieri (vicesindaco in quota Sel). Improvvisamente ieri mattina la Digos per ordine della Procura ha sgomberato di forza tre strutture occupate, di cui una eletta a centro culturale e difeso a spada tratta da associazioni e artisti di livello nazionale. Agghiaccianti nella loro linearità le motivazioni dell’intervento. sostanzialmente una associazione a delinquere che gestisce le diverse occupazioni, le organizza, taglieggia i senza casa (quelli stranieri soprattutto) e incorre in una serie infinita di reati. Quaranta indagati, tutti i leader del movimento. Tra gli sgomberati anche una settantina di bambini. Incredibile la reazione di Marino, di Nieri e di parte della giunta e del consiglio comunale, accorso sui luoghi del sacrilegio (lo sgombero) a difendere fisicamente gli occupanti. Il sindaco lamenta di non essere stato avvertito, e convince il prefetto ad intervenire per sospendere lo sgombero in attesa di trovare soluzioni alternative. I colpevoli, i cattivi sono quelli della Digos, non una parola sulla illegalità di fatto della situazione. Può il sindaco sbugiardare apertamente le forze dell’ordine e il rappresentante dello Stato del governo, sorpresi nel reato di far applicare le leggi, ponendo fine alla violazione della legalità tollerata dalla amministrazione? Tutto questo ha dell’incredibile, ma se leggerete le cronache dei quotidiani romani sull’argomento non troverete traccia di critica in questo senso. E questo è ancora più pericoloso. Con quale faccia Marino può presentarsi al mondo? Voltiamo pagina. E parliamo di Regione. Uno degli uomini chiave di Zingaretti, il fiduciario per la sanità, responsabile della cosiddetta “cabina di regia”, di fatto un assessore ombra, è rinviato a giudizio per una serie di reati non leggeri, ha usato qualche anno fa fondi regionali per finanziare una onlus in Amazzonia. Quali che siano le ragioni dell’accaduto, colpevole o innocente che sia il personaggio Alessio D’amato, qualche imbarazzo dovrebbe nascere in Regione. D’Amato ha in mano il 70% del bilancio regionale, nessuna perplessità? Zinga neanche risponde, nemmeno lo straccio di un comunicato. Inquisito è anche il capo di gabinetto del governatore, Venafro, altri personaggi (quelli legati allo scandalo Cerroni ad esempio) a rischio sono stati promossi e m antenuti al loro posto dal governatore, altri, indifendibili sono stati accantonati. Uno scivolone dietro l’altro che dimostra perlomeno come il presidente della Regione Lazio non sappia scegliersi i compagni di strada. Lui sorride e glissa, l’opposizione chiede le sue dimissioni. Ci si può fidare di lui? Aggiungiamo che in un paio di occasioni, in campagna elettorale, Zinga ha giurato con la mano nel cuore – registrato e filmato, tutto a disposizione della magistratura – di essere a conoscenza di situazioni perlomeno discutibili e sospette che lui avrebbe risolto appena eletto. Inutile dire che si è comportato nel modo esattamente opposto. Non è reato (ma forse qualche reato c’è) ma nemmeno un elemento che possa portare alla fiducia. Siamo in pessime mani

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