| categoria: sanità Lazio

CEM/Lavoratori di nuovo sui ponteggi per difendere il posto di lavoro

L'occupazione della direzione del Cem di Via Ramazzini

Al Cem di via Ramazzini è di nuovo occupazione da parte dei lavoratori. Il manichino di un impiccato e le percussioni sono i simboli della volontà dei precari e dei familiari dei disabili presi in carico dal Centro educazione motoria, di aprire gli occhi e le orecchie di tutti i sordi che non vogliono sentire. La protesta, è iniziata ieri, i lavoratori sono di nuovo saliti sui tetti della struttura, già della Croce rossa e ora, dopo la privatizzazione della stessa, in fase di passaggio alla gestione da parte della regione tramite la Asl RmD. Il 31 marzo sta arrivando, ma le dovute risposte, sul futuro del servizio e sul destino dei precari, da parte degli addetti ai lavori non sono ancora arrivate. Non c’è rassicurazione che convinca i lavoratori, servono fatti, impegni presi nero su bianco. Temono per il passaggio da un contratto pubblico a uno privato che non gli dà garanzie e, inoltre, si vedranno tagliare gli stipendi del 30%. Ed erano tutti uniti, oggi, in attesa dell’arrivo del nuovo direttore generale della Asl RmD Vincenzo Panella, a cui gli occupanti hanno chiesto un incontro. Dopo tante promesse di visite e poi assenze effettive, Ma sono preoccupati anche i familiari degli utenti disabili del Cem, sui quali per primi si abbattono le ricadute di questa situazione, nonostante il personale abbia sempre continuato a garantire la qualità dei servizi anche nei momenti più incerti per le sorti della struttura. “Noi familiari non sappiamo più a chi chiedere aiuto, non ci ascolta nessuno. L’unica cosa che ci garantiscono è che i ragazzi vengono lavati ed alzati, poi tutto il resto non conta” riferisce Maria Cidoni, mamma di Barbara, disabile da forcipe dalla nascita, per la quale il Cem ha sempre rappresentato la casa e la speranza del futuro quando i genitori non ci saranno più. “Malgrado il Cem abbia avuto risalto su molti giornali e trasmissioni televisive, non si riesce a trovare una giusta e degna conclusione. C’è una tale arroganza e indifferenza da parte di molti rappresentanti istituzionali che mi sgomenta, vengono a trovarci, si commuovono davanti ai nostri figli, chiedono documentazione, promettono e poi spariscono. Poi ci sono quelli che ci ignorano e nemmeno si degnano di incontrarci, tanto meno di venire a conoscere i nostri ragazzi e la struttura in cui vivono. Non so quali dei due mi fanno arrabbiare di più”. Per Maria Cidoni che con gli altri genitori dell’associazione Agecem condivide la battaglia, “mettono tutti la testa sotto la sabbia, come gli struzzi e, da vili, fingono di non sapere”.

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