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A Treviso ultimo atto per lo storico ristorante “Beccherie”

Si spengono le luci, tacciono le voci, ma nel buio delle Beccherie di Treviso questa sera nessuno sussurrerà. Un altro pezzo della ristorazione ‘storicà del Veneto abbassa le serrande, appesantito da una crisi che ha suggerito a uno dei più noti ristoratori della Marca di gettare la chiavi prima che sia troppo tardi. «È un passaggio che ritengo obbligatorio – spiega Paolo Campeol, prima di far accomodare per l’ultima serata i clienti più affezionati, che non hanno voluto mancare al congedo – perchè solo così posso rispettare i miei impegni con fornitori e personale». C’è un velo di tristezza nella voce dell’ultimo esponente della famiglia che per 76 anni, in queste sale inserite di diritto nei ‘Locali Storici d’Italià, ha coccolato i palati dei buongustai di mezzo mondo, oltre che di scrittori, attori, stilisti, politici, prime donne. «Non entro nel merito della morìa di altri grandi locali veneti – aggiunge Campeol – ma in generale sono convinto che l’austerità ammazza le aziende. È una realtà che riguarda tutto il Paese Italia, perchè al primo calo sei costretto a ridurre i costi. E fa male rinunciare al personale, così come farebbe male girare le spalle alla qualità». Volgendo lo sguardo tra i rami lucidi appesi alle pareti e alle antiche travi, e allungandolo verso la cucina dove negli anni ’60 Ada Campeol inventò il Tiramisù, il dolce al cucchiaio più famoso al mondo, il ristoratore non nasconde le proprie responsabilità. «Chiudo perchè non ho voluto adeguarmi ad un mercato che non rispetta la tradizione – spiega Campeol – e che oggi, grazie anche a trasmissioni televisive da battaglia getta la clientela nella confusione più assoluta. Ormai sono rimasti solo due tipi di ristorazione, quella realizzata da ristoratori che hanno cura del proprio lavoro, e quella fatta da imprenditori della ristorazione». Contro la chiusura delle Beccherie a Treviso era nato inutilmente un comitato spontaneo: in modo bipartisan erano intervenuto anche il sindaco Manildo e il presidente del Veneto Zaia. Ma per Campeol, il dado (non certo quello da brodo industriale) è tratto; anche se la speranza cuoce a fuoco lento. «Amerei che il nome non andasse perso, qualcuno si è fatto avanti per rilevare il locale, per ora resto in attesa. Preferirei che l’eredità finisse ad alcuni giovani amanti della terra e della tradizione. In questa cucina non devono esserci rivoluzioni. Qui non deve mai trovare spazio la filosofia Masterchef» afferma Campeol. Per ora la realtà è diversa, il celebre carrello dei bolliti è vuoto, l’ultima fetta di Tiramisù saluta dal frigo dei dolci, la sopa-coada resterà un peccato di gola insoddisfatto.

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