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Allarme per i braccialetti rossi pro-anoressia venduti on line

Viene dalla Gran Bretagna l’ultimo allarme, in ordine di tempo, sull’anoressia che adesso con Internet acquista nuove possibilità di diffusione, grazie a siti e blog ma soprattutto all’acquisto online di ‘braccialetti rossì, utilizzati per creare un senso di appartenenza e di «comunità» tra persone che non vogliono nutrirsi. A lanciare l’allarme è la Australian Butterfly Foundation, che si occupa di ragazze e ragazzi affetti da disturbi alimentari. Il problema però va ben oltre i confini del Regno Unito e, a quanto pare, arriva tra l’altro anche in Italia. Disponibili online – spesso per meno di 20 euro – su siti molto frequentati da ragazze e ragazzi con disturbi alimentari come Etsy, Anaabootcamp, Myproana, questi braccialetti vengono infatti spediti in tutto in tutto il mondo. Anche molte ragazze italiane, come si può verificare visitando alcuni blog dedicati al tema dell’anoressia come comeunalibellula.blogspot.com o adolescentepro-ana.blogspot.com, li hanno acquistati, ne hanno promosso l’uso tra le amiche, e ne hanno creato di propri a casa. «Braccialetti rossi» è anche il titolo di una fiction italiana di successo nella quale, tra gli altri temi, si parla anche dell’anoressia che, insieme a un altro disturbo alimentare molto diffuso, la bulimia, riguarda ormai 2,2 milioni di ragazze nel nostro Paese. Il fenomeno dell’acquisto di questi braccialetti e della loro condivisione con chi ha lo stesso problema sembra quindi diffuso anche livello italiano, vista la facilità degli acquisti via Internet. Secondo Christine Morgan, a capo dell’Associazione, questi braccialetti sono «orribili e perpetuano il problema». «Sono lì per ricordare a coloro che li indossano di non mangiare ogni volta che li guardano» aggiunge Morgan. Chi li vende si giustifica dicendo che «indossarli è un modo per affermare di essere »pro-ana«, ovvero ‘pro anoressià, e per identificarsi tra persone che soffrono di anoressia». Ma anche questa descrizione viene messa in discussione da Australian Butterfly Foundation. «Capisco la volontà di chi ha una patologia come questa di sentirsi accettato e non giudicato, ma ciò che si tenta di fare, connettersi con altre persone che hanno lo stesso problema, rischia di far focalizzare l’attenzione sulla malattia e non su come stare meglio», conclude Morgan.

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