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Ungheria domani alle urne, Orban con il vento in poppa

Il leader magiaro Orban

Il vento dell’euroscetticismo spira anche sull’Ungheria, dove premier il nazional-populista Viktor Orban, malvisto dall’Ue perchè accusato di aver indebolito lo stato di diritto nel Paese, appare lanciato alla vigilia delle elezioni politiche verso una nuova vittoria. L’ultimo sondaggio pubblicato prima del voto dell’istituto Median accorda al suo partito, Fidesz, il 47% dei suffragi. E lo scarto con gli oppositori appare enorme: ferma al 23% risulta infatti l’Alleanza democratica, costituita da 5 partiti e movimenti che si sono uniti per sfidarlo. Mentre addirittura un 21% sarebbe pronto a votare per l’estrema destra di Jobbik. Sotto lo sbarramento (5%) vengono dati i Verdi, inchiodati al 3% delle intenzioni di voto, senza contare un 6% di consensi sparpagliati. I piccoli partiti in lizza sono saliti in effetti a 14, e molti sarebbero stati creati soltanto per incassare i finanziamenti pubblici accordati dalla legge elettorale di Orban: pensata, secondo i detrattori, anche per frammentare il fronte dell’opposizione. Fidesz, nella legislatura in scadenza, ha potuto contare su una maggioranza di due terzi. E con il nuovo sistema elettorale potrebbe ripetere questo risultato, magari persino consolidarlo grazie all’ampio premio di maggioranza previsto. Malgrado la nettezza dei dati, non si arrende comunque il leader dell’opposizione, Attila Mesterhazi, che anche oggi si è detto certo di poter ribaltare il pronostico e ha lanciato un appello al voto: «Si riducono le possibilità di brogli se la gente andrà in massa a votare», ha detto al giornale Nepszabadsag. Mesterhazy ha poi promesso in caso di vittoria una nuova riforma della Costituzione, che Orban ha modificato attirandosi critiche aspre da Bruxelles. Mentre ha aggiunto che la sua (ipotetica) maggioranza cancellerebbe il recente accordo raggiunto da Budapest con la Russia per un credito per la costruzione di una nuova centrale nucleare a Paks. L’Alleanza democratica – che tiene insieme socialisti, centristi, liberali, democratici, e una parte dei verdi – si è costituita però troppo tardi. Dominata dal partito socialista, conta su un leader di 40 anni che rappresenta una generazione nuova, ma appare senza carisma. La sua campagna è stata inoltre oscurata dai media controllati dal governo e minata da uno scandalo: l’arresto del vicepresidente socialista, sospettato di corruzione. Una circostanza che il Fidesz ha cavalcato senza tregua, martellando sulle accuse di malversazione che già in passato avevano colpito i socialisti, al potere fra 2002 e 2010. Lo scenario del Paese resta d’altro canto quello di una società drammaticamente divisa. Orban, 50 anni, capo carismatico che può contare su fedelissimi pronti a seguirlo incondizionatamente, ha di fronte avversari che lo demonizzano. E fra le due fazioni in cui si è segmentata l’opinione pubblica l’avversione politica diventa odio. In questo scenario, molti elettori sperano di trovare una soluzione ancora più destra di Fidesz: si spiega così la rimonta degli xenofobi di Jobbik, che potrebbero superare il 17% incamerato quattro anni fa. «Gli elettori, tristi o perplessi, sono davanti una scelta limitata. Molti non andranno nemmeno a votare. La posta tuttavia è alta. Non si tratta di scegliere fra un governo buono o meno buono, ma fra regimi differenti», ammonisce accorato il giornale liberale Nepszabadsag. L’arma vincente di Orban è un nazionalismo con pochi freni («contro multinazionali, banche ed Ue»), e un populismo che promette il taglio delle bollette, tutele sociali a pioggia e nuove nazionalizzazioni. A dispetto di quegli analisti e osservatori che, in patria o in Europa, insistono a prevedere che il suo sistema non possa essere sostenibile a lungo

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