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Berlusconi, è dittatura giudiziaria: torni la democrazia

«Questa mattina sono riuscito a camminare e camminerò lungo un percorso per un’Italia che torni democratica». Si rivolge ai ‘suoì militanti, ma anche un pò a se stesso, Silvio Berlusconi, annunciando l’asse lungo il quale correrà la riscossa azzurra e rassicurando, al tempo stesso, sulla sua presenza, anche fisica, dopo l’infiammazione al ginocchio che lo ha costretto in ospedale. Lo sguardo, infatti, resta ormai fisso al 10 aprile, data che l’ex premier attende con un misto di rassegnazione e rabbia rispetto a quella che lui stesso definisce «la dittatura della sinistra giudiziaria». E l’ex Cavaliere scalpita rispetto ad una sentenza «politico-giudiziaria» che vuole azzerarlo e che, con la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano, decreterà di fatto se e quanto il leader potrà guidare il suo partito alla campagna per le europee. Campagna che, complice il già pluricitato «abbraccio mortale» con Matteo Renzi, si preannuncia in salita ma di fronte alla quale Berlusconi ostenta sicurezza, scuotendo la base con un «buona domenica, buona rivoluzione» puntando a «convincere gli indecisi» e a «riunire la maggioranza dei moderati in una consistente maggioranza politica». Anche perchè, è il refrain di Berlusconi, la «situazione è preoccupante» con «4 colpi di Stato in 20 anni» e «il terzo governo consecutivo non eletto» alla guida del Paese. Elementi contro cui battersi avviando anche una drastica riforma istituzionale. Non solo quella del Senato, su cui Berlusconi oggi non si sofferma, ma una riforma più ampia che garantisca il bipolarismo contro partiti piccoli ed egoisti e dia maggiori poteri al premier, è il ragionamento del leader di FI, che torna anche su un suo vecchio pallino: l’elezione diretta del presidente della Repubblica. La riforma del Senato, però, resta quella sulla quale FI si gioca una fetta di elettori e del suo futuro. Alle parole del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi – se FI si sfila dall’accordo i numeri per andare avanti ci sarebbero comunque – la replica azzurra è dura e univoca ma non nasconde quei dissidi interni emersi tra i fedelissimi di Berlusconi sulla strategia da seguire. Con i plenipotenziari Denis Verdini e Gianni Letta tesi al dialogo con il governo e i ‘duri e purì come Paolo Romani, Giovanni Toti o Renato Brunetta perplessi sul reale ritorno in voti dell’accordo con Renzi. Proprio il capogruppo FI alla Camera oggi chiede a Verdini di pubblicare il patto del Nazareno per vedere chi, tra FI e Pd, «bara» su modi e tempi del patto che Renzi vorrebbe incassare entro il 25 maggio. Ma è il ‘giorno del giudiziò del 10 aprile ad incombere sulla testa di Berlusconi, sui suoi cambiamenti di umore, sulla voglia di sfidare, sul suo terreno prediletto, la tv, l’alleato-antagonista Renzi e le restrizioni a cui sarà soggetta la sua libertà. «Dopo il 10/4 non cambia nulla, Berlusconi resta il leader», assicura Brunetta tentando di spalar via ogni dubbio sul futuro azzurro.

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