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Carceri, in Opg da oltre vent’anni. “Qui sepolti vivi”

Marco trascorre le sue giornate sulla brandina. Lì mangia, lì dorme, lì pensa. Quello che lo circonda non gli interessa proprio più. È rinchiuso nell’Opg di Aversa (Caserta) da 23 anni. Con quale accusa? Per offese e resistenza a pubblico ufficiale. Massimiliano, ogni giorno, chiude la porta della sua cella anche quando potrebbe uscire, «così non sento le urla degli altri». Carlo, invece, è in Opg per aver fatto una pipì in piazza. È giunto in Italia dalla Libia su un barcone ed ora si ritrova a vivere in un ospedale psichiatrico giudiziario. Benvenuti nell’Opg di Aversa dove i nomi qui utilizzati sono di fantasia ma le loro vite fin troppo reali. Ieri, a sorpresa, il consigliere regionale della Campania, Antonio Amato, e il ricercatore universitario Antonio Esposito, hanno visitato quelle celle e quei corridoi. Da tutti, «tutti», la richiesta è stata sempre la stessa: «Fateci uscire, vogliamo solo vivere». Nell’opg di Aversa ci sono al momento 147 internati, alcuni giovanissimi, perfino 21 anni. La chiusura era fissata per il 1 aprile 2014 ma è stata nuovamente prorogata di un anno. E in questo limbo temporale, racconta il ricercatore universitario in bioetica, Antonio Esposito, le cose, se è possibile stanno peggiorando ancora di più «perchè se prima gli internati potevano seguire un corso di teatro, attività varie, ora è tutto fermo visto che tutto si dovrebbe organizzare con 5mila euro l’anno, questo è quanto stanziato per l’area trattamentale, per le misure alternative all’utilizzo dei farmaci». E non solo. «C’è un solo psichiatra disponibile dalle ore 8 alle 20 e solo nei giorni feriali – aggiunge l’esponente del Pd, Amato – Quanti pazienti può seguire uno psicologo presente dalle 8 alle 14? Può bastare di notte o la domenica un solo medico di medicina generale?». Marco, di Latina, nell’Opg da 23 anni, per gli psichiatri potrebbe uscire ed essere curato dalla sanità territoriale, il centro di salute mentale laziale di appartenenza. Invece persiste la pericolosità sociale. «Eppure non sono mai venuti a visitarlo – dice Amato – la diagnosi è avvenuta per corrispondenza, come il rifiuto della presa in carico». A fronte di progetti di dismissione, ogni settimana ad Aversa ci sono nuovi internamenti. Molti, sempre di più anche gli immigrati. Carlo, nome di fantasia, è nell’Opg per una pipì fatta nel luogo sbagliato. «Pensavano fosse nigeriano, qui hanno scoperto che è originario della Guinea – spiega Esposito – Dalla Libia su un barcone, in Italia viveva in strada. L’internamento in Opg che a volte segue quello nei Cie è la risposta repressiva che diamo alle nuove forme di povertà». Dalla visita è emerso che altrI sei internati sono lì da oltre venti anni. Riccardo, ad Aversa da oltre due decenni, è morto qualche mese fa, senza mai riuscire a tornare libero. Il primato, chiamiamolo così, per ora spetta a Marco, lì da 27 anni. «Io voglio solo vivere o anche andare in un carcere normale – dice – ok, non ci legano più a letto come avveniva un tempo ma è la nostra testa e il nostro cuore a non essere più liberi. E tutto questo nessuno lo merita».

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