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GENOVA/ Si suicida incendiando l’ossigeno della mascherina, infermiera salva gli altri pazienti

Alla fine ce l’ha fatta a morire, anche se con il dare fuoco all’ossigeno che gli consentiva di respirare i suoi ultimi giorni di vita, e ha rischiato di uccidere anche tutti gli altri 25 pazienti oncologici che si trovavano ricoverati con lui nel padiglione Dimi dell’ospedale san Martino di Genova. Aveva 63 anni, Marco T., e gli restavano pochi giorni di vita ma alla sua compagna Carla che l’ha assistito fino all’ultimo momento l’aveva già detto che non voleva aspettare più. Sono le 3,10 del mattino quando le urla strazianti di Carla lacerano il silenzio pieno di dolore del reparto oncologico. Un’infermiera si precipita verso la stanza di Marco, Carla le viene incontro avvolta dalle fiamme, la poltrona sulla quale dormiva è fusa con il suo corpo. L’infermiera chiama aiuto, arriva una collega, le affida la donna e con una coperta vengono spente le fiamme. L’infermiera si precipita verso la stanza di Marco. È un inferno di fiamme e di fumo. Il cadavere ormai carbonizzato dell’uomo è ai piedi del letto. In meno di un secondo l’infermiera decide: chiude la porta, s’attacca al pulsante che allerta la squadra antincendio dell’ospedale mentre la sua collega porta lontano Carla. L’infermiera organizza l’evacuazione del reparto invaso dal fumo mentre dietro alla porta cadavere e suppellettili continuano a bruciare. «Stavo dormendo – racconta un degente – quando ho sentito urlare. Ho visto un infermiere entrare in camera e coprirmi il volto con un lenzuolo. Ha sganciato il letto e mi ha portato via. C’era una grande confusione, ho avuto paura, non capivo cosa stessa accadendo». I 25 malati, assistiti dal personale dell’ospedale, sono tutti nei corridoi e un pò per volta vengono trasferiti in altri reparti. Devono la vita a lei, a quell’infermiera che continua a dire «solo il mio dovere»: usando la porta della camera come frangifiamme ha salvato la vita a tutti. La squadra antincendio e i vigili del fuoco terminano di spegnere il rogo. Carla viene ricoverata al centro grandi ustionati con ustioni sul 15% del corpo. Solo lei potrà dire cosa è veramente successo. Marco T., un tumore all’esofago e una vita che poteva terminare domani, probabilmente ha deciso di chiudere prima il suo diario personale perchè l’attesa della morte è troppo difficile da sopportare. Già ieri, raccontano in ospedale, un’infermiera l’aveva fermato mentre tentava di buttarsi dalla finestra. Marco era un fumatore: quante volte gli infermieri l’avevano rimproverato perchè lo trovavano da qualche parte a fumare nonostante il cancro gli divorasse la vita. Così ha scelto di morire usando proprio una sigaretta: forse si è tolto il cannello dal naso e ha acceso il fuoco, forse si è avvicinato troppo alla cannula di erogazione. Solo Carla potrà dire come. Il perchè lo si conosce. La procura ha aperto un fascicolo senza indagati nè reati e anche l’ospedale ha aperto un’inchiesta interna. Il Dimi è chiuso e tale rimarrà perchè il padiglione era già destinato alla chiusura. L’infermiera, elogiata da tutti, continua a non volerne sapere di esser chiamata ‘eroinà ma di fatto ha consentito, in una manciata di secondi, che il gesto estremo di un uomo stanco di aspettare la morte causasse una terribile strage.

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