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IL PERSONAGGIO/ Marquez, il socialista innamorato del mito Fidel

L’impegno politico ha sempre accompagnato la carriera letteraria di Gabriel Garcia Marquez, che malgrado il suo stretto rapporto con Fidel Castro ha sempre negato di essere comunista, anche se il suo amico Plinio Apuleyo Mendoz ha raccontato che una volta gli confessò il suo desiderio che il mondo fosse «socialista, e credo – disse – che prima o poi lo sarà». «Gabo intende per socialismo un sistema di progresso, libertà e uguaglianza relativa», ha aggiunto Mendoza, cercando di spiegare le preoccupazioni politiche del Premio Nobel colombiano, morto oggi a 87 anni, al di là di semplici etichette o appartenenze politiche. Dopo tutto, Garcia Marquez ha insistito sempre sul fatto che non è mai stato iscritto a nessun partito. Le idee politiche dell’autore di «Cent’anni di solitudine» sono inseparabili dalla storia della Colombia, e – come il suo stile letterario – dall’influenza dei suoi nonni paterni, Nicolas Marquez Mejia e Tranquilina Iguran Cotes: se il gusto del fantastico della nonna segnò l’immaginazione del futuro scrittore, i racconti del nonno, un prestigioso militare veterano della cosiddetta «guerra dei mille giorni» (1899-1902) fra conservatori e liberali, servirono di base per la sua visione storica, segnata dal senso del tragico, dalla crudeltà e dal fascino del potere. Nel suo memorabile discorso di accettazione del Nobel, Garcia Marquez ricordò le parole pronunciate dal suo «maestro, William Faulkner» davanti allo stesso pubblico – quando l’autore americano proclamò «mi nego ad ammettere la fine dell’uomo» – per sottolineare: «Noi inventori di favole, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non è ancora troppo tardi per intraprendere la creazione» di una «nuova e devastante utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri addirittura il modo in cui morire, dove davvero sia certo l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano finalmente e per sempre una seconda opportunità sulla terra». Segnato, come tutta la sua generazione, dalla speranza di rinnovamento incarnata dalla Rivoluzione cubana, Garcia Marquez dichiarò nel 1971: «Continuo a credere che il socialismo sia una possibilità reale, che sia la soluzione che ci vuole per l’America Latina e che sia necessario avere una militanza più attiva». Non a caso, il suo giornalismo esplicitamente politico inizia solo dopo il 1959, quando comincia a collaborare come corrispondente da Bogotà di Prensa Latina, che tuttora è l’agenzia ufficiale dell’Avana, e anche se fu allora che incontrò per prima volta Fidel Castro, la loro amicizia si sviluppò solo anni dopo, in base a «centinaia di ore di conversazioni e discussioni, sempre interessanti e stimolanti», come raccontò Fidel stesso. Secondo Angel Esteban y Dominique Panichelli, autori di «Gabo e Fidel, paesaggio di una amicizia», «Gabo era convinto che il leader cubano fosse differente dai ‘caudillos’, eroi, dittatori e canaglie che pullulano nella storia dell’America Latina dal secolo XIX, e intuiva che solo attraverso di lui la sua rivoluzione, ancora giovane, avrebbe potuto portare altri frutti nel resto del paesi del continente». Per il britannico Gerald Martin, che nel 2008 pubblicò la prima biografia autorizzata dell’autore colombiano, Garcia Marquez ha sempre sentito «il fascino del potere» ed ha sempre voluto «essere il testimone del potere, ed è giusto dire che questo ammaliamento non è gratuito, ubbidisce sempre a determinati obiettivi».

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