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“E’ possibile che il Papa si rechi nei luoghi dei conflitti”

Papa Francesco interverrà «ogni volta che la pace è minacciata»: lo farà «agendo con la parola, ma anche »con la sua eventuale presenza, magari improvvisata, sui luoghi dei conflitti«. Inoltre nel suo pontificato, come Roncalli e Wojtyla, mostrerà che »la Chiesa si preoccupa non soltanto dei suoi problemi interni, ma di quelli dell’umanità«, specialmente di chi »è vittima di violenza ed emarginazione«. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in un’intervista per il libro »I Papi della pace. L’eredità dei santi Roncalli e Wojtyla per papa Francesco« di Nina Fabrizio e Fausto Gasparroni in uscita giovedì (Rizzoli, pp. 192, euro 14.00), anticipata oggi dall’Osservatore Romano, affronta i temi dell’impegno di papa Bergoglio contro le guerre, sulla scia di quello dei due santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il card. Parolin, nell’ampia intervista, sottolinea che Papa Francesco »ha la grande capacità di sorprenderci tutti, come ha dimostrato fin dalla sua prima apparizione sulla loggia di San Pietro«. »Penso che lo dimostrerà anche nel suo lavoro per la pace«, prosegue. Del resto, »ne abbiamo gia avuto prova con la giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, nel Medio Oriente e nel mondo intero, il 7 settembre 2013«. »Agirà con la parola – prevede il segretario di Stato -, intervenendo ogni volta che la pace è minacciata, senza curarsi del rischio di venire strumentalizzato, e soprattutto indicando le cause della violenza e delle guerre. Lo farà testimoniando l’amore alla pace anche con la sua eventuale presenza, magari improvvisata, sui luoghi dei conflitti«. Secondo il primo collaboratore di Bergoglio, il Papa »seguirà la propria sensibilità e troverà anche in questo campo i gesti più efficaci e forse sorprendenti (per non dire ‘inquietantì agli occhi di qualcuno, che amerebbe il ‘si è sempre fatto cosi«), per far sentire la sua presenza e la sua sollecitudine per la pace». Alla domanda su quali caratteristiche dei pontificati di Roncalli e Wojtyla si ritrovano in quello di Bergoglio, Parolin spiega poi che «come quei due grandi Pontefici, papa Francesco troverà il linguaggio giusto per mostrare che la Chiesa si preoccupa non soltanto dei suoi problemi interni, ma di quelli dell’umanità, specialmente di quella ampia parte dell’umanità che è vittima di violenza ed emarginazione». «Ancora una volta – osserva – egli mostrerà che la Chiesa non si muove per tutelare i propri diritti o invocare privilegi per sè, ma per difendere i diritti di ogni uomo e di ogni donna, specialmente se violati». «Credo che ciò susciterà anche oggi ampia risonanza positiva – aggiunge -, in particolare per il linguaggio diretto e, diciamo ‘popolarè che ha sinora riscosso tanto successo». Parolin si sofferma anche sull’azione di Bergoglio in relazione al tragico conflitto siriano, ricordando che «nella giornata di preghiera e di digiuno del 7 settembre 2013 quella piazza immensa, piena di gesti, riflessioni e parole, ha restituito ai credenti la convinzione della forza della preghiera, un loro specifico contributo alla pace». «La diplomazia, gli appelli, le azioni dimostrative – rimarca il porporato – hanno lasciato spazio alla preghiera del popolo con il suo Pastore (che ha chiuso dicendo ‘grazie per avermi fatto compagnià). Tale visibilità della preghiera ha, di fatto, scosso anche i potenti della terra e coloro che non credono». A proposito, inoltre, del prossimo viaggio di Francesco in Israele, Palestina e Giordania, il segretario di Stato rileva che «ogni Papa che si reca in Terrasanta lo fa come ‘pellegrino di pacè e non può essere diversamente». «Evidentemente il viaggio verrà letto anche in chiave politica e non mancherà chi vorrà utilizzarlo per la propria causa», osserva. «Ma pur usando tutta la prudenza possibile, non si deve aver paura che un segno di pace venga letto in modo deformato – spiega ancora Parolin -. Non si dice nulla di nuovo affermando che l’interminabile conflitto nella Terrasanta ha creato una situazione di perenne instabilità, non solo nella regione, simbolo di un’incapacità di realizzare una vera pace». «Se il viaggio del Papa potesse aggiungere un tassello alla costruzione di questa pace – conclude il segretario di Stato vaticano -, sarebbe già valsa la pena di recarsi in quella regione martoriata».

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