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Sparatoria a Palazzo Chigi, il brigadiere Giangrande ricomincia le cure da capo

Martina, la figlia del brigadiere Giangrande

A distanza di un anno dalla sparatoria davanti Palazzo Chigi, il 28 aprile 2013, in cui fu ferito, le condizioni di salute del brigadiere Giuseppe Giangrande non sono buone a causa di serie complicazioni insorte nel periodo natalizio. Lo racconta la figlia Marina che ieri ha incontrato alla Camera il presidente Laura Boldrini. «Eravamo appena tornati a casa, a Prato, dopo ben 8 mesi di ospedale, quando siamo stati costretti a dover ricominciare di nuovo tutto da capo e siamo dovuti tornare di nuovo in clinica a Montecatone», aggiunge la ragazza in un testo postato sulla pagina fb della Boldrini. «Abbiamo lasciato la nostra casa per la seconda volta e ci siamo spostati qui: lui in ospedale e io in un appartamento in un paesino vicino – racconta – Dobbiamo avere pazienza e aspettare di potere tornare in possesso della nostra normalità. È questo il nostro più grande desiderio». «È già passato un intero anno dall’orrendo giorno in cui la nostra vita ha deciso di prendere una strada diversa da quella che fino a quel momento stavamo percorrendo – dice ancora la ragazza – Quel proiettile, penetrato nel collo di mio padre ha sconvolto in misura diversa molte persone: in primo luogo noi famigliari e amici ma anche colleghi, conoscenti ed estranei. Non posso dimenticare e forse mai ci riuscirò, il vortice di emozioni che mi ha travolto nel preciso istante in cui, chiamando mio padre durante una pausa dal lavoro, ho saputo che era stato ferito al collo, ma fortunatamente non aveva perso conoscenza e che avevano già provveduto a chiamare i soccorsi per portarlo in ospedale». Marina Giangrande ricorda come i Carabinieri si siano subito messi a sua disposizione e le abbiano permesso di raggiungere Roma e l’ospedale e conoscere le reali condizioni del padre, che nel corso delle ore andava sempre più peggiorando. «Operazione alla colonna cervicale e tetraplegia sono state le prime parole che mi ha detto il chirurgo che ha operato. E così, purtroppo, quella che sembrava una banale ferita d’arma da fuoco in realtà si è rivelata un ferita alla vita, perchè dal preciso istante in cui papà è stato colpito alla cervicale, il midollo spinale si è lesionato provocando una paralisi di tutti e quattro gli arti». «A Roma – prosegue – non siamo rimasti a lungo perchè papà necessitava di un centro specializzato dove poter iniziare un percorso riabilitativo. Così ci siamo trasferiti a Montecatone, a pochi chilometri da Imola. È stato un cammino molto difficile e impegnativo, durante il quale abbiamo avuto modo di confrontarci con molte persone, capendo anche che pur se in maniera diversa e più complicata stiamo vivendo la nostra vita e dobbiamo combattere per poter andare avanti senza farci abbattere dalle mille difficoltà che incontriamo».

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