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IL PUNTO/ Usa a Israele, con le colonie a rischio l’identità ebraica

Le colonie ebraiche in Cisgiordania rischiano di portare ad uno stato binazionale, quindi a ciò che Israele dice di volere assolutamente evitare. A meno di una decina di giorni dalla fine dei negoziati, l’inviato Usa in Medio Oriente Martin Indyk – l’uomo che ha affiancato il segretario di stato Usa John Kerry nelle trattative, poi abortite, tra israeliani e palestinesi – rompe il silenzio ammonendo lo Stato ebraico, ma anche la leadership palestinese: la colpa del fallimento dei negoziati è di entrambi. Gli insediamenti – ha detto Indyk ad un convegno a Washington – potrebbero condurre «Israele ad una irreversibile realtà binazionale», prima di aggiungere: «la rampante attività edilizia nelle colonie, specie nel mezzo dei negoziati, non solo mina la fiducia palestinese nelle trattative, ma minaccia anche il futuro ebraico di Israele». Ed ancora: se l’attività edilizia degli insediamenti «proseguisse potrebbe ferire a morte l’idea di Israele come Stato ebraico e sarebbe una tragedia di proporzioni storiche». Tuttavia la stoccata non è stata solo diretta al premier israeliano Benyamin Netanyahu che ha fatto del riconoscimento di Israele in quanto stato ebraico una delle richieste principali nei negoziati per la controparte. Parlando dei negoziati falliti, il sassolino nelle scarpe dell’inviato speciale Usa ha riguardato entrambe le sponde: «sia gli israeliani sia i palestinesi – ha incalzato Indyk – hanno mancato le opportunità e intrapreso passi che hanno danneggiato il processo» di pace. L’inviato ha ricordato che gli Usa hanno denunciato «pubblicamente gli inutili passi israeliani a danno dei negoziati. Ma è importante essere chiari: giudichiamo altrettanto inutili i passi intrapresi dai palestinesi durante la trattativa». Indyk ha ammesso di non sapere se e quando i negoziati riprenderanno ma ha detto di sperare che questo avvenga presto. «Quando (Netanyahu e Abu Mazen) saranno pronti, troveranno certamente nel segretario di stato John Kerry e nel presidente Barack Obama partner volenterosi pronti a provarci di nuovo». Ad un patto però: solo se entrambi i leader «saranno preparati a farlo in modo serio». Un invito ribadito dalla stessa consigliere per la sicurezza Usa Susan Rice, in visita in questi giorni nella regione. Gli Stati Uniti – ha detto Rice ai leader incontrati a Gerusalemme e a Ramallah – si aspettano che sia Israele sia i palestinesi usino l’attuale «pausa» nei colloqui di pace «per ridurre le tensioni e preservare spazio in vista di una soluzione a Due Stati con entrambe le parti pronte a prendere le decisioni necessarie per riprendere negoziati di sostanza». Un senso complessivo, confermato oggi dalle parole di Indyk, che non sembra essere passato inosservato in Israele: almeno per il ministro della giustizia, e capo negoziatore israeliano nei colloqui, Tizpi Livni. Parlando alla Radio militare, Livni ha puntato l’indice contro i coloni. Sono loro – ha spiegato – «che ci impediscono di raggiungere una soluzione» con i palestinesi. «La costruzione di colonie – ha aggiunto – rende impossibile difendere Israele nel mondo». Poi l’affondo finale: «i coloni vogliono impedirci di vivere una vita normale e non accettano l’autorità della legge».

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