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La destra di Modi a valanga in India, crollano i Gandhi

L’India intera si è tinta oggi di zafferano, il colore del nazionalismo hindu militante, dopo l’impressionante vittoria ottenuta nelle elezioni legislative dal Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito che il tenace e battagliero governatore del Gujarat, Narendra Modi, ha portato al governo di Delhi sradicandolo letteralmente dall’opposizione dove si trovava da dieci anni. In termini di seggi il successo del Bjp e del suo simbolo (il fior di loto) è stato talmente schiacciante che è andato al di là anche delle più rosee previsioni offerte dagli exit poll. Il partito di Modi ha conquistato 285 seggi, superando di 13 la maggioranza assoluta nel Lok Sabha (Camera bassa del Parlamento). Se il discorso si allarga alla coalizione di centro-destra che il Bjp guida, i seggi salgono a ben 335. Parallelamente il partito del Congresso presieduto dalla italo-indiana Sonia Gandhi è crollato come un castello di carte. I 48 seggi che stasera gli assegnava la Commissione elettorale sono il peggior risultato in 65 anni di storia parlamentare, un magro bottino rispetto ai 206 controllati in questo Lok Sabha. E la catastrofe ha investitola coalizione di centro-sinistra Upa, che ha raccolto 62 seggi contro i precedenti 231. Se si osserva la nuova mappa elettorale uscita dal voto si nota che l’intera penisola indiana si tinge di zafferano (Bjp) con le eccezioni dell’estremo sud (Kerala e Tamil Nadu), del versante orientale sull’oceano (ma parte dell’Andhra Pradesh è con Modi), degli Stati del nord-est e del Kashmir. Sono i partiti regionali, che hanno messo insieme 147 seggi. Nel suo primo intervento pubblico dopo aver conosciuto le dimensioni della vittoria, Modi ha ringraziato a Vadodara, capitale culturale del Gujarat, la gente che lo ha eletto. «Sarò il ‘Mazdoor (operaio infaticabile) n.1 – ha esclamato – e lavorerò per il progresso dell’India» con «un governo di tutti gli indiani a beneficio della nazione». Arriveranno da oggi, ha promesso, «dei bei giorni che dureranno per i prossimi 5 anni». Per il leader della destra indiana, in passato al centro di non poche controversie, sono arrivati a tamburo battente le prime congratulazioni dall’Europa – fra i più solerti il presidente francese Francois Hollande – e soprattutto dagli Usa: dopo gli auguri del segretario di Stato, John Kerry, il presidente Barack Obama si è affrettato a chiamare personalmente Modi e a invitarlo a Washington, per consolidare quella che ha definito «la partnership strategica» con il gigante asiatico. Clima ovviamente mesto e messaggi assai stringati, intanto, nel quartier generale del Congresso. Davanti ai giornalisti in attesa da ore, si sono presentati Sonia Gandhi e Rahul per «riconoscere la sconfitta» ed assumersene entrambi «tutta la responsabilità». Rahul ha parlato in inglese per un minuto, mentre sua madre lo ha fatto in hindi per tre o quattro, aggiungendo al rammarico per l’accaduto le congratulazioni «per il nuovo governo». Spero solo, ha concluso, che «questo non comprometta i valori centrali della nostra nazione costruiti in questi anni». Dopo, una vera e propria fuga dai microfoni, senza permettere alla stampa di porre domande. Prima dello scrutinio ufficiale di oggi, tutti i ‘pezzi da 90’ del partito avevano protetto Rahul sottolineando che «a lui non potevano essere attribuite responsabilità perchè non era nel governo». Ma oggi l’ecatombe di numerosi ministri che non hanno trovato posto nel prossimo Lok Sabha (fra cui Sushilkumar Shinde, Kapil Sibal, Salman Khurshid e Sachin Pilot) ha avuto l’effetto di una nevicata che ha messo tutti a tacere. Ma sono in molti a scommettere che nella futura resa dei conti all’interno della formazione protagonista dell’indipendenza indiana ci sarà chi vorrà mettere in discussione il ruolo guida della dinastia Gandhi-Nehru. Un così eclatante risultato ha sgomberato il terreno di tutte le congetture che gli esperti avevano elaborato in caso di un risultato più incerto. Per cui i tempi della transizione saranno rapidissimi. Domani l’81/enne premier uscente Manmohan Singh, a cui molti addossano la croce della sconfitta, riunirà l’ultimo consiglio dei ministri e poi rassegnerà le dimissioni. E già mercoledì il neo premier Narendra Modi si recherà al palazzo presidenziale, dove insieme a 12 suoi ministri giurerà nelle mani del presidente Pranab Mukherjee. Infine, per quanto riguarda uno dei dossier caldi che attendono il nuovo premier, quello dei Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, alcuni analisti hanno segnalato che ancora una volta il Bjp non è riuscito a fare breccia in Kerala, restando a zero seggi. Vista questa negativa risposta elettorale, ipotizzano, il futuro premier potrebbe avere meno remore ad affrontare con l’Italia il problema di una soluzione ad una crisi che ha superato ormai i 27 mesi

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