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EUROPEE/ Sfida Renzi-Grillo-Berlusconi, ma l’astensionismo è al top

La partita per le elezioni europee vive della sfida tra Matteo Renzi, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, un pò distanziato, secondo i sondaggi, rispetto ai ‘duellantì. Ma il nemico più pericoloso resta l’astensionismo, vera spina nel fianco dei partiti da quasi quarant’anni. Anche Giorgio Napolitano, qualche giorno fa a Firenze, ha lanciato l’allarme, affermando come quella del non voto sia una «risposta sbagliata» alla crescente sfiducia dei cittadini nella politica. Ed è una preoccupazione che anche alla vigilia del voto per il nuovo Parlamento di Strasburgo torna a turbare i sonni delle forze politiche, come conferma un recente sondaggio dell’Ipsos secondo il quale quasi il 40% degli elettori non parteciperà all’elezione dei rappresentanti italiani a Strasburgo. Un trend che ricalcherebbe il dato del voto di cinque anni fa, quando alle urne era andato il 66 per cento degli italiani. E se a disertare le urne saranno gli elettori che guardano ai partiti tradizionali, ad approfittarne saranno quelle formazioni, in crescita in Europa, schierate sul fronte dell’euroscetticismo spinto o della guerra aperta all’Euro. Il partito del non voto è cresciuto negli anni e oggi è pura utopia pensare di poter tornare al dato del 1976, l’anno in cui l’astensionismo si fermava ad uno scarno 6,6%; l’anno in cui per la prima volta alle urne andavano i diciottenni; l’anno del temuto (e non avvenuto) sorpasso del Pci di Enrico Berlinguer sulla Dc. Tale era l’attesa per un risultato che dopo la guerra fredda sarebbe stato un evento storico, che pochi giorni prima del voto la rivista Time dedicò la copertina a Berlinguer, con il titolo, eloquente, ‘Italy, the red threat’, Italia, la minaccia rossa. Sullo sfondo porpora, in primo piano il volto del leader del Pci. Gli italiani, comunque, nonostante l’aumento inarrestabile dell’astensionismo, sono andati alle urne più massicciamente rispetto alla media europea. Fino al 1976 il partito del non voto rappresentava il 6,6% dell’elettorato (e anche la quota delle schede nulle era trascurabile, intorno al 2%), ma negli ultimi decenni la situazione è andata gradualmente modificandosi. Nel 2001 l’affluenza era scesa all’81,4% (schede non valide 6%) e nelle elezioni politiche del 2008, dopo l’arresto apparente del fenomeno nel 2006, l’incidenza di non votanti ha raggiunto quota 19,5%. Andando indietro nel tempo, all’alba dell’Italia repubblicana, le elezioni, dal 1948 al 1976 vedono l’affluenza degli elettori alle urne con un’incidenza assai rilevante del 92% che diminuisce sempre più a partire dal 1979. A determinare la crescente disaffezione dei cittadini verso la consultazione elettorale, al di là dei fenomeni, anch’essi in costante aumento, di corruzione, è stato soprattutto il progressivo sfaldamento dei partiti e delle loro organizzazioni politiche sul territorio che ha fatto mancare la mobilitazione degli elettori e quel senso di identificazione con il programma politico del partito di appartenenza che si traduceva in un’alta partecipazione al voto. La quasi assenza dell’astensionismo nelle prime elezioni del dopoguerra si giustifica, secondo i politologi, anche per il desiderio dei cittadini di recuperare la libertà politica repressa nel periodo fascista e per la volontà di mettere in atto quel diritto-dovere che la nuova costituzione repubblicana assicurava ai cittadini e che la legge ordinaria sanzionava in caso di non partecipazione al voto. L’astensionismo aumenta alla fine degli anni ’70 anche perchè cresce a dismisura il numero dei partiti che per vincere le elezioni, si adeguano alla formazione di cartelli elettorali, spesso eterogenei, col risultato di aumentare la sfiducia degli elettori. La partecipazione, quasi plebiscitaria, al voto degli italiani nel dopoguerra, rappresentava la riconquista di un diritto negato da anni di regime autoritario. Era anche l’epoca dei partiti di massa e dello stretto rapporto tra cittadini e rappresentanti politici. Nel 1976 il 73,1% dei voti era assorbito dai primi due partiti, Dc e Pci, mentre nel 2001 la percentuale di consensi verso i due maggiori concorrenti, Ds e Forza Italia, era già scesa al 46%. Con la sfiducia aumenta, negli anni ’80 e ’90, la scelta di non votare, anche perchè mentre prima ci si sentiva legati alle ideologie dei partiti ora alla mancanza della ‘fedelta« nei loro confronti si associa un aumento del non voto, dettato dalla volontà di esprimere una protesta nei confronti di chi ha deluso certe attese, magari rivolgendosi a formazioni politiche che sparano a zero contro la ‘partitocrazià. Da un punto di vista geografico l’astensionismo è distribuito regolarmente su tutto il territorio nazionale. Tra il 1953 e gli anni Ottanta la disaffezione si coglie soprattutto al Sud, poi è il Nord che inizia a percorrere la strada dell’astensione. Fra le regioni con il maggiore incremento ci sono Sardegna, Basilicata, Molise ma anche Liguria, Valle d’Aosta, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia. Per quanto riguarda il genere, le italiane sono sempre andate a votare meno degli uomini, anche se a partire dal 1983 la forbice diminuisce fino ad arrivare al 2%. (Fer/Zn/Adnkronos) 18-MAG-14 14:30 NNN

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