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Assobiomedica denuncia: troppo vecchi gli apparecchi diagnostici del Servizio Sanitario Nazionale

Sono quasi il 40% le Tac a meno di 16 strati con più di 10 anni di età, che sono presenti nelle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate. Lo stesso vale per il 66,8% dei mammografi convenzionali (analogici), quando il periodo di adeguatezza tecnologica dovrebbe essere intorno ai 6 anni. Mentre sono l’84,7% i radiografi toracici convenzionali che hanno più di un decennio, nonostante l’introduzione di quelli digitali (601 su 2.487 installati). E il trend mostra una situazione in peggioramento. Lo rivela uno studio elaborato da Assobiomedica e condotto sulla base dei dati forniti dalle imprese associate (il panel copre dal 70 al 95% del mercato) nel periodo 2011-2013 sul parco macchine installato e ancora in esercizio delle apparecchiature di diagnostica per immagini delle strutture pubbliche e private convenzionate (in tutti i dipartimenti). Secondo i dati della ricerca realizzata dai produttori, queste non sono le uniche apparecchiature di diagnostica per immagini a registrare una grave situazione di obsolescenza nelle strutture sanitarie del nostro Paese: hanno più di una decade il 71,6% delle unità mobili radiografiche convenzionali, quasi il 60% dei telecomandati convenzionali; il 30,7% degli angiografi e il 58,4% dei sistemi radiografici mobili ad arco. «Lo studio – ha dichiarato Emilio Gianni, presidente dell’Associazione elettromedicali di Assobiomedica, che ha presentato oggi l’indagine al 46° Congresso nazionale Sirm – ha evidenziato che, per le tecnologie di diagnostica per immagini, il sistema sanitario pubblico e privato convenzionato sta subendo un allarmante invecchiamento con possibili riflessi negativi sulla qualità dell’esame diagnostico e sulle implicazioni per il paziente». A preoccupare «è soprattutto – dice il presidente – quello che emerge dal raffronto tra la fine del 2011 e la fine del 2013, ovvero un trend di peggioramento generalizzato sul piano della vetustà nelle tecnologie oggetto dell’indagine». Il fenomeno permane particolarmente grave «per le apparecchiature radiologiche quali telecomandati, diagnostica radiologica e mammografi. Se infatti a fine 2011 la situazione può ritenersi migliorata rispetto al passato per effetto del processo di digitalizzazione, l’obsolescenza delle apparecchiature a fine 2013 va progressivamente peggiorando. Questo significa che sono davvero poche le tecnologie introdotte sul mercato nell’ultimo biennio, che sono presenti nelle strutture sanitarie del nostro Paese». «In Italia oggi non vi sono incentivi all’adozione dell’innovazione – ha detto Emilio Gianni – e non sempre si utilizzano politiche di acquisto appropriate e volte a recepire il valore delle nuove tecnologie, cosa che avviene in altri paesi europei. Molto spesso, invece, adottare una nuova tecnologia significa ridurre i tempi di attesa per analisi e risultati; aumentare la capacità di diagnosi con notevoli risparmi in termini di ospedalizzazione e per la cura dei pazienti». «Se vogliamo restare un Paese civile sul piano sanitario – conclude – è necessario avviare un processo di sostituzione delle apparecchiature più obsolete perchè le barriere all’ingresso o alla diffusione di una certa innovazione tecnologica non rappresenteranno in futuro un fattore di contenimento della spesa. La nuova direttiva comunitaria sulla mobilità sanitaria dei cittadini europei imporrà, infatti, ai governi di farsi carico dei costi per le prestazioni eseguite all’estero, qualora non fossero fruibili in Italia. Per cui la mancanza di tecnologie adeguate nel nostro Paese si tradurrebbe in ulteriori e maggiori costi che, in qualche misura, potrebbero essere evitati con un oculato ammodernamento del parco tecnologico in Italia».

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