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Champions finale epica, 4-1 all’Atletico. Il popolo del Real conquista Madrid,

Real Madrid-Atletico Madrid 4-1 (dts; 1-1 dopo tempi regolamentari) nella finale della Champions League 2013-’14 giocata all’Estadio da Luz di Lisbona. Real Madrid (4-3-3): Casillas; Carvajal, Varane, Sergio Ramos, Fabio Coentrao (14′ st Marcelo); Modric, Khedira (14′ st Isco), Di Maria; Bale, Benzema (33′ st Morata), Cristiano Ronaldo. All.: Ancelotti. Atletico Madrid (4-4-2): Courtois; Juanfran, Miranda, Godin, Filipe Luis (38′ st Alderweireld); Raul Garcia (21′ st Sosa), Gabi, Tiago, Koke; Diego Costa (9′ pt Adrian Lopez), David Villa. All.: Simeone. Arbitro: Kuipers (Olanda) Reti: nel pt 36′ Godin; nel st 48′ Sergio Ramos; nel sts 5′ Bale, 13′ Marcelo, 15′ Cristiano Ronaldo (rigore) Recupero: 1′ e 5′; 1′ e 3′ Espulso: Simeone al 17′ sts per essere entrato in campo tentando di aggredire Varane Ammoniti: Raul Garcia, Juanfran, Khedira, Miranda, Gabi, Godin per gioco scorretto, Sergio Ramos, Koke, Marcelo, Cristiano Ronaldo, Varane per comportamento antiregolamentare antiregolamentare. Spettatori: 66.500 ** I GOL ** – 36′ pt: colpo di testa di Godin, che precede Khedira su uscita a vuoto di Casillas: il portiere prova invano a tuffarsi per togliere il pallone della porta. – 48′ st: beffa per l’Atletico: corner di Modric dalla destra, splendida elevazione di Sergio Ramos e gol del pari. I tempi regolamentari finiscono 1-1. – 5′ sts: bella azione di Di Maria che va via a un avversario e tira; Courtois respinge di piede, interviene Bale e segna di testa. – 13′ sts: da Cristiano Ronaldo a Marcelo che avanza senza che nessuno lo contrasti; gran di tiro sinistro su cui un incerto Courtois non riesce a far nulla. – 15′ sts: Atletico ormai stanchissimo, Godin non ce la fa a frenare Cristiano Ronaldo e lo atterra in area. Il portoghese trasforma il successivo rigore. —-

Una finale epica, da Lisbona al cielo. Ma è a Madrid la vera Fiesta, che esplode al minuto 123′, quando l’arbitro Kuipers fischia la fine dopo due ore di gioco al cardiopalma, dopo i supplementari. Il popolo merengue si riversa per strada, invade Chamartin, sciama ballando lungo la Castellana e la Gran Via per raggiungere la diosa Cibeles, e tributarle la sofferta decima Champions, agognata dopo 12 anni di traversata nel deserto, nel segno, fra gli altri, di quello Zidane che nel 2002 fu autore di un gol strepitoso al Bayer Leverkusen e oggi ha rivinto, come vice-allenatore. «Campeones, campeones, olè olè, olè», è stato l’urlo dei 70mila soci del Bernabeu e di tutti i supporter madridisti con la speranza riaccesa dal gol in extremis di Sergio Ramos, che ha rimesso in gioco il Real al 93′. Si è levata un’unica, incontenibile ovazione sul gol di Bale, ‘mister cento milionì, poi è stato incontenibile l’entusiasmo quando Marcelo non ha trovato avversari a contrastarlo, nessuno che fosse disposto a fermarlo nell’area e ha segnato il terzo gol, quello che ha definitivamente significato la vittoria. Poi arriverà anche quello dell’umiliazione, con il rigore di Ronaldo. Un capolavoro targato Ancelotti, che porta a casa la sua terza Champions personale, e quindi anche un pò italiano. «Carletto! Carletto!» è ora l’urlo che risuona, insieme alle ovazioni per Bale e Ronald, nella notte della Madrid ‘merenguè. Il sogno si è realizzato, la decima non è più un’ossessione, ma una meravigliosa realtà. Madrid capitale del calcio d’Europa. È la notte della felicità, celebrata dal popolo dei blancos con lacrime, abbracci, salti di gioia e collassi, petardi e bengala bianchi, quasi più che in occasione della finale mondiale del 2010. Andrà avanti per tutta la notte, per riprendere domani alla chiusura delle urne per le elezioni europee. È invece la notte più nera per gli ‘indios’, i ‘colchoneros’ del Cholo Simoeone, che nulla hanno potuto contro i vichingi bianchi. Dopo 40 anni dalla dolorosa sconfitta contro il Bayern di Beckenbauer, restano ancora sulla soglia di un sogno, sfumato nei secondi finali, proprio come nel 1974. «Gioca ogni partita come se fosse l’unica», la scritta che avvolgeva l’esterno del Calderon, una filosofia e un auspicio, che però non si è compiuto. Il derby del ‘buen rollò fra le tifoserie nemmeno tanto nemiche (l’antagonista detestato del Real è il Barcellona) è stato il più sofferto, per vincitori e vinti. La battaglia madrilena, che per l’Atletico doveva essere la partita per l’eternità, diventa la più cocente disfatta. Novanta minuti di passione vissuti intensamente, ai limiti del cardiopalma per ‘materassaì assiepati sugli spalti del Calderon, che non riuscivano a tenere lo sguardo fisso sul maxi-schermo per la diretta dallo stadio Da Luz di Lisbona. Perchè essere dell’Atletico è un marchio a fuoco, vuol dire penare, tribolare, spasimare, soprattutto soffrire, e solo in rari momenti gioire. Così alla fine questa notte è un viaggio nell’inferno, con lacrime cocenti di delusione.

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