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Riforma, Renzi incalza ma il Senato frena e rinvia

Con un colpo di teatro tipico della politica italiana, le riforme costituzionali anzichè accelerare dopo il risultato delle elezioni europee, inciampano ad un passaggio decisivo, quello della presentazione degli emendamenti in Commissione al Senato. Di fronte alla minaccia della Lega Nord di presentare migliaia di emendamenti e trasformare i lavori in un Vietnam, la presidente della Commissione Anna Finocchiaro ha rinviato a martedì il termine per la loro presentazione. L’obiettivo è trovare entro quella data una intesa politica che consenta poi un cammino agevole. Uno ‘stop’ che giunge quasi in contemporanea alle parole di Renzi che alla direzione del Pd ha chiesto di imprimere un’accelerazione tale da poter approvare entro l’estate sia la riforma del Senato che l’Italicum. L’oggetto del contendere è sempre lo stesso. Il governo vuole trasformare il Senato in una Camera della Regioni, con i futuri senatori eletti dai Consigli Regionali tra i loro membri. La richiesta di Calderoli è che i senatori siano invece eletti dai cittadini e non siano Consiglieri regionali. Ciò consentirebbe agli attuali inquilini di Palazzo Madama di continuare il loro mestiere di parlamentari nazionali, anche se non daranno più la fiducia al governo. Su questo maggioranza e governo sono già stati battuti in Commissione Affari costituzionali il 6 maggio su un ordine del giorno di Calderoli passato grazie ad alcuni senatori della maggioranza (Mario Mauro e Corradino Mineo). Nell’incontro tra i due relatori, Roberto Calderoli e Anna Finocchiaro, con il ministro Maria Elena Boschi, il senatore della lega si è presentato con una smilza cartellina e un poderoso faldone: nella prima c’erano 10 emendamenti, nel secondo ce ne erano 1.400. La minaccia è stata che il Carroccio avrebbe depositato il faldone se non si fosse trovata prima una intesa politica sulle modalità di elezione del Senato; in caso di intesa arriveranno solo i 10 emendamenti. Finocchiaro, che è anche presidente della Commissione, ha rinviato il termine per gli emendamenti a martedì. «Il governo ascolti e rispetti il Parlamento, e ci saranno tempi stretti e una grande riforma; diversamente ci costringeranno al Vietnam», ha detto Calderoli. La formula sostenuta da Calderoli piace per altro anche a Fi, a un gruppo di senatori Pd autodefinitisi «facilitatori», e a Ncd, che ha presentato un emendamento in proposito: i senatori vengono eletti in concomitanza ai Consigli Regionali, ma su listini a parte. Naufragata, invece, la mediazione dei renziani Andrea Marcucci e Franco Mirabelli e del bersaniano Miguel Gotor con il modello francese: una assemblea dei consiglieri regionali e comunali di ciascuna Regione elegge i senatori, scegliendoli però al loro interno. Questa formula potrebbe andare se i senatori venissero scelti al di fuori dei Consiglieri. Ma Renzi si deve guardare anche in casa. L’ex segretario Pier Luigi Bersani si è dichiarato «scettico» sull’Italicum, chiedendo di cambiarlo, e soprattutto ha messo in discussione il rapporto con Fi: «Non bisogna lasciare l’ultima parola a Berlusconi, non c’è nessuna ragione politica nè numerica per farlo». Pericoli che però la Boschi minimizza: «la maggioranza – dice in serata a Otto e Mezzo – è solida ed ha i numeri per affrontare le riforme e per governare. I nostri programmi sono sotto gli occhi di tutti: chi li condivide è il benvenuto, ma i programmi sono questi», sentenzia forte forse anche del rinnovato disco verde ricevuto da Forza Italia: «Ho parlato con Verdini – ha svelato – e da parte di Fi non ci sono segnali di allontanamento, non hanno intenzione di venir meno all’impegno preso sulle riforme».

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