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Confindustria, persi 100mila imprese e un milione di posti di lavoro

Il Brasile supera l’Italia. Preoccupante in vista dei mondiali di calcio al via la prossima settimana, ma ancora di più sul fronte industriale: la Penisola rischia infatti di uscire dal G8 dei produttori manifatturieri dopo essere scivolata all’ultimo posto, superata proprio dai carioca. L’allarme arriva da Confindustria che ha eleborato – attraverso il suo centro studi – la graduatoria dei Paesi produttori. Viale dell’Astronomia parla anche di “demeriti domestici”, ma preoccupa il trend: mentre i volumi mondiali sono cresciuti del 36% tra il 2000 e il 2013, l’Italia è “in netta controtendenza” con un -25,5%. “Fa peggio proprio dove gli altri vanno meglio”, si legge nello studio.

Una fotografia che per Squinzi rappresenta “dati tragici”, con il lavoro che diventa “la priorità assoluta”. Per il leader degli industriali, però, “non siamo vittime di un destino crudele e ineluttabile, siamo noi che possiamo e dobbiamo costruire il nostro futuro”, avverte Giorgio Squinzi. Ma serve “un salto di mentalità, una svolta chiara e decisa. E mi pare – dice – che si stanno creando le condizioni per tale svolta. Sono sicuro che ce la possiamo fare: ce la dobbiamo fare”.

Drammatiche le conseguenza della “massiccia erosione della base produttiva” che ha portato alla chiusura di oltre 100mila fabbriche con la distruzione quasi un milione di posti di lavoro tra il 2001 e il 2011, “proseguita nel biennio successivo: altri 160mila

occupati e 20mila imprese perduti”. In sei anni, quindi, l’Italia è passata dal quinto all’ottavo posto nella graduatoria internazionale dei maggiori Paesi produttori elaborata annualmente dal CsC. Resta in generale “un ottimo piazzamento”, ma pesano “demeriti domestici” che hanno accentuato l’arretramento: “Nel 2007-2013 la produzione è scesa del 5% medio annuo, una contrazione che non ha riscontro negli altri più grandi Paesi manifatturieri”.

L’industria manifatturiera italiana soffre per fattori che “si intrecciano e accavallano”, come “il calo della domanda interna, l’asfissia del credito, l’aumento del costo del lavoro slegato dalla produttività, la redditività che ha toccato nuovi minimi”. Pesano anche “i condizionamenti europei” che “certo non aiutano”: tutta l’Europa arretra ad eccezione di Germania e Polonia (“ma per quanto a lungo? si domandano gli economisti di Confindustria) per le “politiche fiscali restrittive” e “il paradosso di un euro che si apprezza, specialmente nei confronti delle valute di molte economie emergenti, e frena così il driver delle esportazioni”.

In un quadro della produzione manifatturiera mondiale che “ha ripreso a crescere”, rilevano ancora gli economisti di Confindustria nel tradizionale rapporto di giugno sugli scenari industriali, “arranca l’Europa, fiaccata da politiche di bilancio, dal credit crunch e da un euro forte che rallenta le esportazioni”. L’Italia “tra tutte le grandi economie industriali appare il Paese più in difficoltà, scontando gli effetti congiunti del crollo della domanda interna e di un costo del lavoro alto”. Anche se resta “una forte capacità di competere” e “ci sono segnali di cambiamento delle strategie delle imprese” per reagire al credit crunch senza ridurre gli investimenti.

Quanto alla “classifica” dei maggiori Paesi produttori, con l’ultimo aggiornamento del Csc, nel 2013 si conferma in vetta la terna Cina, Stati Uniti, Giappone; la Germania è ancora quarta, seguita come l’anno prima da Corea del Sud e India. Al settimo posto il Brasile che sorpassa l’Italia, che scende quindi dal settimo all’ottavo posto.

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