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No a cure non è eutanasia, il Gemelli difende le proprie scelte

Un malato grave di Sla, ha diritto di revocare il consenso al trattamento di ventilazione artificiale? All’Umberto I non è possibile farlo, al Gemelli sì da dove spiegano che «la desistenza alla cure non va confusa con l’eutanasia». La scienza si divide in merito alle dichiarazioni di volontà sui trattamenti sanitari invasivi, mentre in Italia si riaccende il dibattito sul fine vita. A scatenarlo, la denuncia dell’Associazione Luca Coscioni che ha definito, secondo le parole di Marco Cappato, «un atto di disinformazione grave quello realizzato dal professor Claudio Terzano del Policlinico Umberto I di Roma, che il 12 Aprile all’Università La Sapienza, in occasione di un convegno, ha diffuso un ‘modulo sulle direttive anticipatè ‘utilizzato dal percorso di area critica Respiratoria SLÀ, nel quale è scritta nero su bianco la seguente frase da far firmare ai malati di Sla: secondo le leggi attualmente vigenti in Italia non mi sarà possibile ottenere la sospensione della ventilazione invasiva». Tanto più che nel documento si specifica che qualora il malato non accetti, «è inviato a domicilio». «Non potrebbe che essere così, perchè quelli sono pazienti curati in reparti specializzati in pneumologia, quindi se rifiutano la ventilazione diventano pazienti da seguire in altro modo, a casa chi può o in strutture idonee a erogare cure palliative», spiega professore di Medicina Legale dell’Umberto I Enrico Marinelli, che aggiunge: «non significa metterli in mezzo a una strada ma toglierli da un reparto destinato ad altri scopi». In merito al consenso sottoposto alla firma dei pazienti, commenta: «informare correttamente il paziente significa informarlo correttamente del fatto che la tracheostomia, una volta effettuata, è una via, di fatto, senza ritorno», prosegue Marinelli, che è membro del Comitato etico del Policlinico. «In caso di interruzione del trattamento, il paziente non sopravviverebbe». La questione è collegata in realtà al tema del fine vita perchè in molti casi togliere un tubo di ventilazione significa accelerare la morte del paziente, «di fatto si configurerebbe una forma di eutanasia», conferma Marinelli. È per questo che pochissimo professionisti, timorosi di un nuovo caso Riccio, lo fanno. E di fronte ad una potenziale accusa di omicidio del paziente, la maggior parte dei medici sceglie di mantenere la ventilazione assistita, anche se questo significa limitare la possibilità di autodeterminazione del malato. A fare da contrappeso a questa tesi, quanto dichiarato dal professor Mario Sabatelli, neurologo responsabile del centro Sla del Policlinico Gemelli, in un’intervista rilasciata all’associazione ‘Viva la Vita onlus’ e riportata oggi dal Fatto Quotidiano. «Trovo assurdo e violento che il destino di una persona che sta vivendo un dramma così particolare, com’è vivere con un tubo in gola, debba essere deciso da qualcuno seduto dietro a una scrivania. È violento, illogico, irrazionale, illegittimo. Per questo noi abbiamo già praticato la sospensione del trattamento a pazienti sottoposti alla ventilazione non invasiva. E in un caso abbiamo avviato la procedura anche con un tracheostomizzato». La vicenda, per Cappato «fa comprendere l’importanza di assicurare effettivamente su tutto il territorio nazionale quel pieno rispetto dell’autodeterminazione individuale». Ma mentre il dibattito prosegue, resta, invece, ferma alla Camera la proposta di legge di iniziativa popolare sul testamento biologico e l’eutanasia. Sottoscritta da oltre 70.000 italiani, tra cui molti personaggi della cultura è stata depositata ma mai messa all’ordine del giorno dei lavori parlamentari.

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