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SCHEDA/ Isis, quei 30mila miliziani jihadisti che Al Quaida ha rinnegato

Come uno sciame nero, i battaglioni dei miliziani qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) proseguono l’avanzata attraverso le città dell’Iraq centro-settentrionale, congiungendo ampi territori tra Mosul e Aleppo, tra l’Eufrate in Iraq e l’Oronte in Siria e abbattendo di fatto le frontiere disegnate un secolo fa da Francia e Gran Bretagna.

La forza dell’Isis viene da lontano, ma la configurazione attuale del gruppo risale a circa un anno fa. Lo Stato islamico, che secondo diverse fonti dal luglio scorso detiene il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, si pone in chiara contrapposizione sia con i ribelli anti-regime siriano, sia con i vertici storici di al Qaida. Tanto da non essere più considerati da alcuni come membri dell’organizzazione fondata da Bin Laden. Eppure il nucleo dell’Isis nasce in Iraq proprio come ala qaedista ai tempi della leadership di Abu Musab al Zarqawi, ucciso nel 2006.

E si rafforza a partire dal 2010 sotto la direzione dell’attuale capo, Abu Bakr al Baghdadi. Con lui si trasforma in “Stato islamico dell’Iraq”. Il cambio di passo avviene nel contesto della guerra in Siria, quando al nome si aggiunge l’indicazione “del Levante” usando l’antica denominazione islamica della Siria (Sham). La rottura avviene nella primavera del 2013 quando i miliziani dell’Isis tentano di assumere la direzione del movimento jihadista siriano nato nel 2012 per contrastare le forze del presidente Bashar al Assad. Nascono inevitabili contrasti con i qaedisti siriani, radunati attorno alla Jabhat an Nusra (Fronte della Salvezza).

E persino con Ayman Zawahiri, leader di al Qaida, che intima più volte all’Isis di tornare a operare entro i confini iracheni e lasciare alla Nusra il jihad nelle terre di Sham. Baghdadi non si ritira – inducendo Al Zawahri a dichiarare ufficialmente che il gruppo non fa parte di Al Qaida – e i suoi uomini risalgono invece il corso dell’Eufrate, arrivando fino alle sponde dell’Oronte, nel nord-ovest siriano. Nel gennaio scorso, lanciano l’offensiva sul fronte orientale, nella regione irachena di al Anbar, controllando Falluja e parte di Ramadi.

In Siria subiscono il parziale ritorno dei ribelli locali, che accusano l’Isis di servire di fatto gli interessi del regime degli Assad. Tra Damasco e l’Isis la guerra di fatto non è ancora scoppiata, e i jihadisti sciiti filo-iraniani giunti dall’Iraq e dal Libano per combattere “i terroristi sunniti”, non si sono scontrati mai con l’Isis. Oggi, come scrive Pietro Batacchi, direttore di Rivista italiana difesa (Rid), l’Isis “potrebbe contare tra Iraq e Siria fino a 30.000 miliziani, inquadrati in battaglioni da 2/300 uomini ciascuno, e su un’estesa infrastruttura di supporto e logistica nell’Iraq occidentale e nel nord e nell’est della Siria”.

I suoi uomini provengono dai quattro angoli del pianeta, con una prevalenza di caucasici e arabi, ma anche con un significativa partecipazione di europei. Sul tipo di armi, i qaedisti di Baghadi si servono di “equipaggiamenti pesanti – catturati nelle caserme siriane o in quelle dell’esercito iracheno o agli altri gruppi ribelli siriani con cui Isis è in guerra – come carri armati, lanciarazzi multipli, sistemi anticarro”.

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