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PROFILO/ Rivlin, falco vicino ai coloni. Contrario a due stati

Il nuovo capo di stato israeliano Reuven Rivlin (74 anni) è un esponente dell’ala ideologica massimalista del Likud e un acceso fautore del diritto degli israeliani di insediarsi nella ‘Giudea-Samarià, ossia la Cisgiordania. Ma al tempo stesso, nel corso di una lunga carriera parlamentare ha difeso a spada tratta i diritti della minoranza araba, guadagnandosi così la stima anche di quanti in parlamento hanno convinzioni ideologiche opposte alle sue. Nato a Gerusalemme in una famiglia molto conosciuta da generazioni, Rivlin ha studiato giurisprudenza nell’Università ebraica di Gerusalemme e ha servito nelle forze armate in una unità di intelligence. Ha mosso i primi passi nella politica mettendosi in luce nel municipio di Gerusalemme ed entrando nella direzione della squadra calcistica del suo cuore: il Betar Gerusalemme, una formazione legata al Likud. È stato deputato in parlamento a partire dagli Ottanta del secolo scorso. Da presidente della Knesset non ha esitato a misurarsi contro primi ministri, quando lo ha ritenuto necessario per difendere la indipendenza del Parlamento o le sue Leggi fondamentali. Con il premier Ariel Sharon (prima Likud, poi Kadima) Rivlin ebbe un confronto duro nel 2005 in occasione del ritiro dalla striscia di Gaza nel contesto della politica di «ripiegamento» a cui lui si opponeva per ragioni ideologiche. Cinque anni dopo, con il cruento raid israeliano sulla nave turca della Flottiglia per Gaza Marmara, Rivlin – da presidente della Knesset – fece da scudo per difendere dagli attacchi della destra nazionalista la parlamentare araba Hanin Zuabi, che era salita a bordo nel tentativo di rompere il blocco marino israeliano alla Striscia. Alla Knesset Rivlin è stato inoltre uno dei parlamentari più impegnati nel ricordare solennemente il genocidio del popolo armeno: anche in anni passati, quando il governo israeliano preferiva evitare l’argomento per non turbare le relazioni con la Turchia. Anche in quelle circostanze Rivlin ritenne opportuno scrollarsi di dosso le pressioni governative. Con il premier Benyamin Netanyahu le relazioni si sono incrinate quando, due anni fa, lo mise pubblicamente in difficoltà esigendo che rendesse pubblici in parlamento accordi segreti intercorsi fra il Likud e Kadima (sotto la guida di Sahul Mofaz) per la costituzione di un governo di unità nazionale, che poi avrebbe avuto solo due mesi di vita. Netanyahu, in questi mesi, ha cercato in tutti i modi di affossare la sua candidatura. Rimasto con le spalle al muro, Netanyahu ha perfino ipotizzato a maggio di annullare del tutto la carica di Capo dello Stato: crescenti pressioni nel Likud lo hanno infine obbligato a sostenere Rivlin, ma a mezza bocca. Fino a oggi, quando Netanyahu ha perfino esultato. Nelle ultime settimane Rivlin ha preso le distanze da deputati del Likud che auspicano la annessione di una parte della Cisgiordania, in reazione alla costituzione del governo palestinese di consenso nazionale. Rivlin ha spiegato che a suo modo di vedere la estensione della legge israeliana nei Territori non può essere concepita alla stregua di «una ritorsione». Ha anche consigliato di non rompere le relazioni con l’Autorità nazionale palestinese. «Dobbiamo sempre essere pronti a negoziare – ha detto – con quei palestinesi che siano pronti a loro volta a vivere in pace con noi e a riconoscere I nostri diritti».

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