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IL PUNTO/ Un documento di 8 pagine inchioda l’Atac: è da buttare


“Significative incertezze” sulla continuità aziendale, assenza di un piano industriale, mancato rispetto dei parametri finanziari e una società specializzata – la Mazaras – incapace di esprimere un giudizio sui conti di Atac. Sono queste le falle, soprattutto economiche, della municipalizzata del trasporto pubblico capitolino e che emergono nelle 8 pagine della relazione firmata dal collegio sindacale. La colpa è dell’elevata esposizione debitoria, mentre il bilancio 2013 segna 219 milioni di euro di deficit: +62 milioni in un solo anno. Il rischio? Diminuire il capitale sociale o chiudere gli uffici di via Prenestina per un capitale inferiore al minimo.

I sindaci dell’azienda, anche in base alla valutazione della Mazaras, si sono concentrati soprattutto sul lodo con i privati di Roma tpl, sul mancato rispetto del financial covenants (in accordo con le banche) e sulla seconda tranche dei crediti vantati dalla Erg (gli aumenti retributivi per disagio giovanile). L’affidamento in house è stato prolungato fino al 2019, ma ad oggi il Campidoglio non ha ancora stipulato un nuovo contratto di servizio. Che secondo la bozza del piano di rientro, sui conti di palazzo Senatorio, sarà comunque tagliato di circa il 10%.

Per questo senza un’inversione di rotta, i dati del bilancio 2013 potrebbero mettere in ginocchio la municipalizzata. La prima crepa è nella discordanza tra il credito vantato da Ifitalia spa, pari a 10 milioni, e quello iscritto nella contabilità di Atac, che raggiunge i 3 milioni. Il collegio, esaminando la documentazione, si accorge che le fatture indirizzate ad Ifitalia non avevano allegato il contratto. Non solo. I sindaci mettono anche in dubbio l’autenticità dei documenti: diversa carta intestata, niente numero protocollo, fax diverso da quello della struttura di riferimento, timbro non appartenente alla direzione e firma disconosciuta dal dirigente.

Fari accesi anche sul ‘lodo tpl’. Nel 2009 l’azienda è stata condannata a pagare a Tevere Tpl (oggi Roma tpl, privato che gestisce il 10% del trasporto) 31 milioni di euro. Secondo questi ultimi, la somma per il servizio, comprensiva di interessi e maggior chilometri percorsi, è circa il triplo di quanto messo a bilancio dalla società comunale. Lo scoperto è di 63 milioni, con la Tevere che ha presentato ricorso in Cassazione; mentre l’avvocatura capitolina ricorda che gli oneri derivanti dal lodo sono a carico del Campidoglio.

Capitolo Erg, seconda tranche. Tra i crediti ci sono quelli per i rinnovi del contratto collettivo per circa 129 milioni di euro. Di cui 40, spesi tra il 2010 e il 2013, corrisposti per il disagio salariale giovanile. Neanche un euro, però, è nella manovra finanziaria di palazzo Senatorio. Il Comune, in una nota del 14 maggio scorso, assicura che il finanziamento sarà assicurato dal “debito fuori bilancio”. Senza l’intervento del socio unico, la perdita sarà tutta sulle spalle di Atac. La partita è delicata anche sui financial convenants. I valori del margine operativo lordo, tetto minimo a 58 milioni, sono in ordine; ma si riduce il patrimonio netto, che potrebbe portare a dover rinegoziare le coperture con le banche, “compromettendo la continuità aziendale”.

Cifre e numeri che, per i sindaci, portano dritti al codice civile: l’articolo 2447 prevede, per la perdita di oltre un terzo del capitale, che il consiglio di sorveglianza deliberi la riduzione del capitale o la trasformazione della società; il 2484 impone la chiusura per un patrimonio inferiore al minimo legale. L’elevata esposizione debitoria, verso i fornitori, non è più una notizia oramai. L’assenza di un piano industriale, invece, preoccupa di più. Ecco perché la Mazaras scrive impietosa: “Impossibilitati a esprimere pareri e giudizi sul bilancio”.
Santo Ianno

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