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MAFIA/ La nuova cupola tra estorsioni, vanterie su Fb e voti venduti

C’è il politico che scrive a Napolitano per chiedere la revoca dei vitalizi d’oro agli ex deputati condannati per mafia e che poi, secondo gli inquirenti, alle ultime amministrative di Palermo, consegna oltre 13mila euro ai boss mafiosi dell’Arenella di Palermo in cambio di un consistente ‘pacchettò di voti, ma anche il boss che, ignaro di essere ascoltato dalle cimici piazzate dalla Dda di Palermo, rivela il nome del killer del poliziotto italo americano Joe Petrosino, ucciso in piazza Marina nel lontano 1909. E, ancora, i boss mafiosi che imponevano persino le forniture di carne alle macellerie più importanti del centro e che riciclavano i soldi sporchi nel giro delle scommesse di calcio. Per non parlare del presunto boss che su Facebook mette una foto di manette e scrive: «Non fanno paura le manette, ma chi per aprirle si mette a cantare», attaccando i collaboratori di giustizia. La maxi operazione ‘Apocalissè, condotta da Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia, e che ha portato in carcere 95 persone, ha tracciato un quadro della nuova Cupola di Cosa nostra, che all’alba di oggi è stata azzerata dai magistrati di Palermo, guidati dal Procuratore capo Francesco Messineo. Ma ha anche incassato una sconfitta sul fronte delle denunce delle vittime del pizzo mafioso. Su 34 estorsioni scoperte nel corso dell’inchiesta, soltanto un imprenditore ha avuto il coraggio di denunciare i suoi estorsori. Gli altri non si sono mai rivolti alle forze dell’ordine. .«Purtroppo il numero così elevato di estorsioni rilevato nei quartieri San Lorenzo e Resuttana a Palermo e la mancata denuncia delle vittime del pizzo conferma, ancora una volta, che lo Stato non è stato fino ad oggi sufficientemente credibile con le vittime, assicurando loro la giusta protezione. La spending review ha colpito anche questo settore e oggi lo Stato non è in grado di assicurare, a chi si ribella al pizzo, la giusta protezione», denuncia il Procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, che con i pm Annamaria Picozzi, Francesco Del Bene, Amelia Luise e Gaetano Paci, ha coordinato la maxioperazione antimafia ‘Apocalissè. Teresi ammonisce: «Spero che lo Stato cambi modo di fare e si impegni in maniera più seria e più forte, anche dal punto di vista economico, per dare un supporto alle vittime del pizzo che trovano il coraggio di denunciare i loro estorsori». «L’esperienza pregressa, purtroppo, ci dice che coloro che hanno denunciato, in qualche caso, si sono sentiti abbandonati e poco protetti, insicuri -dice Teresi – lasciati a loro stessi, questo diventa alla fine un disincentivante rispetto alle auspicabili collaborazioni. Spero che lo Stato cambi modo di fare e si impegni con coloro che decidono di collaborare e di denunciare. Il mio non è un appello al governo ma un auspcio rivolto a chi ha il dovere di portare fino in fondo questa guerra a Cosa nostra». Teresi ammette anche , seppure «a malincuore» di «non avevo aspettative rispetto alle collaborazioni, il territorio è sempre quello, è lo stesso dal unto di vista della soggezione sociale delle parti lese. Forse sbagliava chi aveva grandi aspettative…». Ma i boss, durante le loro conversazioni, non parlavano solo di estorsioni e di forrniture da imporre alle ditte. A distanza di oltre un secolo è stato svelato chi ha ucciso il 12 marzo 1909 Joe Petrosino, il poliziotto italo americano venuto a Palermo per sgominare una banda di mafiosi. A rivelarlo, senza sapere di essere ascoltato dalle cimici degli investigatori, è stato uno dei discendenti del killer. Domenico Palazzotto, 29 anni, si è vantato con gli amici che il killer di Petrosino era stato uno zio del padre: «Ha fatto lui l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo. Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino», aveva detto agli amici mentre le microspie lo registravano. Joe Petrosino venne ucciso alle 20.45 del 12 marzo 1909, tre colpi di pistola in rapida successione e un quarto sparato subito dopo, suscitarono il panico nella piccola folla che attendeva il tram al capolinea di piazza Marina a Palermo. Francesco Messineo, che tra un mese lascerà la Procura di Palermo, parla di una «operazione molto importante e di grande complessità soprattutto perchè riguarda i territori di San Lorenzo e Resuttana, controllata prima dai Lo Piccolo e poi passata di mano in mano, attaverso passaggi che hanno riguardato esponenti mafiosi di alto livello. Per il momento dovrebbe avere messo in sicurezza l’area ma la lotta alla mafia è fatta di singoli episodi».L’inchiesta ha permesso ai magistrati della Dda di Palermo di stilare il nuovo organigramma di Cosa nostra del mandamento di San Lorenzo e Resuttana. E a capo ci sarebbe Girolamo Biondino, 65 anni, fratello del più famoso Salvatore Biondino, l’autista del boss mafioso Totò Riina, arrestato con il capomafia nel gennaio del 1993. Un boss che tentava di fare di tutto pur di non apparire. Gli investigatori raccontano che andava in giro con l’autobus e non partecipava a pranzi con altri mafiosi, insomma faceva una vita da pensionato. Sarebbe stato proprio lui a imporre il pizzo ai negozi di viale Strasburgo e ai cantieri edili di San Lorenzo impegnati nella ristrutturazione di alcuni edifici. Il pizzo veniva imposto a moltissimi tra commercianti e imprenditori, come spiegano gli stessi investigatori. E non riguarva asoltanto il pagamento di denaro, ma l’imposizione, con le minacce, di servizi e mezzi. Persino di generi alimentari. Così è stato scoperto che veniva imposta la fornitura di carne ad alcune macellerie del centro di Palermo. Ma perchè l’indagine è stata definita ‘Apocalissè? Perchè in una delle conversazioni registrate tra i boss, uno diceva all’altro: «qui se ci arrestano succede l’Apocalisse». E così è stato. Gli interrogatori di garanzia dei 95 arrestati verranno eseguiti da domani in carcere.L’inchiesta ha permesso ai magistrati della Dda di Palermo di stilare il nuovo organigramma di Cosa nostra del mandamento di San Lorenzo e Resuttana. E a capo ci sarebbe Girolamo Biondino, 65 anni, fratello del più famoso Salvatore Biondino, l’autista del boss mafioso Totò Riina, arrestato con il capomafia nel gennaio del 1993. Un boss che tentava di fare di tutto pur di non apparire. Gli investigatori raccontano che andava in giro con l’autobus e non partecipava a pranzi con altri mafiosi, insomma faceva una vita da pensionato. Sarebbe stato proprio lui a imporre il pizzo ai negozi di viale Strasburgo e ai cantieri edili di San Lorenzo impegnati nella ristrutturazione di alcuni edifici. Il pizzo veniva imposto a moltissimi tra commercianti e imprenditori, come spiegano gli stessi investigatori. E non riguarda soltanto il pagamento di denaro, ma l’imposizione, con le minacce, di servizi e mezzi. Persino di generi alimentari. Così è stato scoperto che veniva imposta la fornitura di carne ad alcune macellerie del centro di Palermo. Ma perchè l’indagine è stata definita ‘Apocalissè? Perchè in una delle conversazioni registrate tra i boss, uno diceva all’altro: «qui se ci arrestano succede l’Apocalisse». E così è stato. Gli interrogatori di garanzia dei 95 arrestati verranno eseguiti da domani in carcere.

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