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MONDIALI/ Pirlo, per me con l’Uruguay è come una finale

Il centrocampista più elegante al mondo, l’uomo che ha trasformato le punizioni in quasi rigori e con le sue piroette ha convinto la ‘torcidà che si può essere calcisticamente brasiliani pur nascendo a Brescia, potrebbe essere al passo d’addio. Andrea Pirlo, con il suo annunciato ritiro dalla nazionale ad avventura mondiale finita, è uno dei motivi che spingono molti spettatori neutrali a tifare Italia. Lui lo sa, è compreso nel ruolo, ma la sensazione è che non abbia ancora realizzato la portata della scelta: o che comunque consideri davvero la sfida con l’Uruguay solo una tappa intermedia. «Perchè – spiega – per me vale una finale ma sono convinto che ce ne saranno altre prima che si vada via…». Ostenta maturità e serenità inimmaginabili sino a pochi anni fa, Pirlo: era già campione del mondo, e ancora sembrava un timido intruso nelle dinamiche del gruppo azzurro. Ora invece l’accelerazione della storia personale (che gli ha lasciato gli inevitabili segni di una dolorosa separazione dalla moglie, ancorchè mitigati dall’energia derivante dalla passione per la nuova compagna) lo ha portato ad essere un leader, forse il leader della squadra azzurra ex aequo con Buffon. E non è unicamente un fatto tecnico: «Perchè – ammette Pirlo quando un cronista latinoamericano gli chiede quale sia il merito nel calciare così le punizioni – è un fatto di genetica, è un dono dei miei genitori quando sono nato». Semmai rivendica una dedizione sconosciuta ad altri. «Certo, io ci ho lavorato e ci lavoro tutti giorni, con voglia e determinazione al miglioramento. Ma la base di tutto è la natura». La natura, intesa nel senso di clima però, sembra essere la base di tutto anche in questo mondiale. «Abbiamo giocato a Recife sotto il sole battente, in generale le condizioni che si trovano quando si gioca all’una sono di un certo tipo, senza volere cercare alibi questo mi sembra innegabile». Non reclama tuttavia i timeout. «Niente scusanti, prendere una boccata d’aria o acqua per un minuto non è che ti cambi la vita. Mettiamola così, c’è un mondiale del Nord con il caldo estremo e uno del Sud con relativo fresco. Condizioni climatiche e umidità favoriscono chi è abituato». Sarà per questo, lo provocano, che al mondiale del 2006 in semifinale c’erano quattro squadre europee e qui invece le squadre del vecchio continente soffrono… «Certo – ribatte – sarà per questo. Attenti, però, che siamo solo all’inizio e alla fine del mondiale manca tanto. Certe proporzioni possono cambiare». Al contrario di Buffon non usa il termine «fallimento» per un’eventuale eliminazione («sarebbe una delusione per la squadra e la nazione»), anche perchè intimamente convinto «che non accadrà, visto che sono consapevole della nostra forza». Per questo non ha preparato un’esibizione speciale, magari un saluto particolare, nel caso di sconfitta. «Non ci ho neppure pensato – conclude e sembra quasi piroettare anche con i pensieri – l’avete capito o no che io penso di vincere domani e andare avanti?».

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