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MONDIALI/ Belgio, miracolo Wilmots. E non solo sul campo

«Chi è quel signore biondo con gli occhiali e la cravatta rossa accanto a Dries Mertens?». Pochi giorni fa il centrocampista del Napoli ha postato su Twitter un «Kingselfie», cioè i Diavoli Rossi accanto a re Philippe del Belgio, venuto in Brasile in quanto loro «premier supporter», cioè primo tifoso. La frase, decisamente impertinente, viene attribuita a un non meglio identificato giornalista brasiliano, e sarebbe – ovviamente – una battuta. Ma, visti gli ottimi risultati ottenuti dalla Nazionale belga ai Mondiali in Brasile, la tentazione diventa forte: i Diavoli Rossi sarebbero ormai più determinanti della monarchia (e dei governi di coalizione dalla vita breve) per cementare un paese sempre più diviso tra fiamminghi volentieri repubblicani e separatisti, e francofoni valloni e di Bruxelles, cioè tra nord ricco e sud (relativamente) povero. Tutti concordano nel riconoscere che ha compiuto un doppio (se non un triplo) miracolo il ct Marc Wilmots, un ex calciatore della Nazionale passato alla storia per avere segnato di testa un gol clamorosamente annullato al Brasile nei mondiali del 2002 vinto dai verdeoro in Giappone. Wilmots, che è stato anche deputato per un breve periodo, è andato ben oltre il miracolo calcistico, riprendendo una nazionale a pezzi, finita in fondo alle classifiche della Fifa, riportandola tra le prime quattro del ranking dopo la vittoria contro gli Stati Uniti, dietro a Colombia, Argentina e Germania, e davanti all’Olanda. Ha ricucito il paese il 45enne ct, soprannominato il Toro di Dongelberg, una frazione della vallone Jodoigne a un tiro di schioppo della fiamminga Hoegaarden (famosa per la birra ‘blanchè). In questi giorni fiamminghi e francofoni si stanno ritrovando insieme nei bar e negli stadi dietro i colori nazionali nero-giallo-rosso a fare il tifo per i diavoli rossi e festeggiare le quattro vittorie consecutive ai mondiali brasiliani, prima dell’incontro decisivo contro l’Argentina ai quarti, atteso con ansia. Ancora una volta, dopo le elezioni del 25 maggio, il paese è senza governo. La volta scorsa il premier uscente Elio Di Rupo, un socialista francofono di origini abruzzesi, gay dichiarato e che ora gestisce l’ordinaria amministrazione, aveva dovuto aspettare quasi 2 anni prima di riuscire ad insediarsi. E il paese era andato avanti, senza crollare, anzi l’economia ‘tiravà. Anche questa volta potrebbe succedere qualcosa di analogo, e potrebbero essere proprio Wilmots e i diavoli rossi a garantire una transizione ‘soft’. Quando è diventato ct, Wilmots, ha iniziato con una piccola rivoluzione. «Prima c’erano tre tavoli – racconta lui stesso -, quello dell’allenatore e del suo staff, quello dei francofoni, quello dei fiamminghi. Oggi c’è soltanto un grande tavolo, e tutti si mescolano». La nazionale belga, prendendo esempio dall’Olanda degli anni settanta ed ottanta ma facendo anche tesoro delle canteras spagnole, è un miracolo d’integrazione, non solo tra fiamminghi e francofoni, ma anche con i numerosi immigrati d’origine africana, che ora sanno di potercela fare su un campo di calcio se hanno talento e tenacia. Qualche esempio: Marouane Fellaini e Nacer Chadli sono di origine marocchina, Divock Origi kenyana, Vincent Kompany, Christani Benteke e Romelu Lukaku congolese, Moussa Dembelè maliana, Kevin Mirallas spagnola, Adnan Januzaj kosovara, Axel Witsel, martinicana. Giocano (bene) accanto ai belgi ‘doc’ come Eden Hazard, Jan Vertonghen, Daniel Van Buyten e Kevin De Bruyne, detto Tintin, al quale assomiglia davvero molto.

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