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IL PERSONAGGIO/ Giovanni Floris, 12 anni nel recinto di Ballarò

«Noi ci vediamo comunque a settembre, alè». Giovanni Floris aveva chiuso così, il 24 giugno, l’ultima puntata di Ballarò, dando appuntamento al suo pubblico, ma senza specificare se quell’arrivederci sarebbe stato ancora su Rai3. Un presagio dell’addio, forse, che aveva suggellato la carrellata finale con le immagini dei momenti salienti della stagione, compreso lo scontro con Renzi del 13 maggio. Un episodio che molti hanno considerato un momento di svolta nelle settimane decisive per il rinnovo del contratto del giornalista, in scadenza a fine luglio. Laurea in Scienze politiche alla Luiss con una tesi su capitale e lavoro, passione per il cinema e per il calcetto, letture preferite tra classici e Kundera, tifo giallorosso, Giovanni Floris, classe 1967, arriva in Rai dopo la scuola di giornalismo di Perugia, con i primi «contrattini» al Gr1 e al Gr unificato, alternati con il lavoro per l’Agi: in quegli anni lavora con direttori come Livio Zanetti, Giancarlo Santalmassi, Stefano Gigotti, Marcello Sorgi, Andrea Valentini, tra i colleghi Andrea Vianello. Nel 1996 viene assunto al Gr: la richiesta viene firmata da Paolo Ruffini, «il direttore cui probabilmente devo più che ad ogni altro», ripete in più di un’occasione. Conduce Baobab, Senza Rete, Radioanch’io, fa l’inviato, dall’Indonesia al Brasile. La svolta nel 2001: copre la sede di New York quando crollano le Torri Gemelle. L’esperienza massacrante gli assicura una vetrina internazionale e gli vale la nomina ‘sul campò di corrispondente dagli Usa. Un anno dopo Ruffini, diventato nel frattempo direttore di Rai3, gli propone di tornare in Italia per condurre un approfondimento di prima serata. Nasce Ballarò, titolo mutuato da un quartiere-mercato di Palermo. In un panorama dell’informazione in cui spesso si tenta di parlare alla ‘pancià del Paese, l’obiettivo immediato e dichiarato di Floris è «parlare alla testa del telespettatore», individuando un tema, sottoponendolo agli ospiti, affrontandolo da più angolazioni, approfondendolo con interviste, inchieste, sondaggi e con la seguitissima copertina di Maurizio Crozza. Il pubblico apprezza: se la prima puntata si ferma al 5%, negli anni lo share arriverà a sfiorare il 24% (il record storico, 23.87% con 6,5 milioni di spettatori, è del 6 dicembre 2011, anno in cui un sondaggio della Demos attribuisce al programma la più alta percentuale di fiducia degli italiani, con il 57.4%). Per la rete, Ballarò diventa un pilastro del palinsesto, per i fan un momento centrale nel dibattito politico ed economico della settimana, per i detrattori un salotto animato dalla solita compagnia di giro e troppo vicino al centrosinistra. Sulle poltrone di cartone, volutamente scomode, si siedono tanti protagonisti dell’economia e della politica: ci va Berlusconi – nel 2010 artefice poi di una ‘storicà irruzione telefonica per protestare contro un servizio sui rifiuti – e ci va anche Renzi. È il 13 maggio quando il capo del governo, in un’intervista in studio, difende la spending review e i sacrifici che «toccano anche alla Rai». «Non pensa che così si faccia un favore a Mediaset?», replica il conduttore innescando un battibecco con il premier. È il momento più critico di settimane delicate, in cui ferve la trattativa tra Floris e i vertici di Viale Mazzini per il rinnovo del contratto. Il giornalista – che viene da un compenso annuale di 500 mila euro, da lui stesso dichiarato – vorrebbe allargare i suoi orizzonti con una fascia quotidiana su Rai1, ritoccando il suo stipendio; in alternativa la Rai gli propone lo stesso cachet – a fronte dei tagli del 10% imposti dalla gestione Gubitosi agli altri contratti – allungando Ballarò fino a mezzanotte. Si vocifera però anche di una controfferta difficile da battere: si parla di Mediaset, ma Pier Silvio Berlusconi negherà che ci sia mai stata trattativa. Nelle indiscrezioni degli ultimi giorni, qualcuno dà per vicino l’accordo con Viale Mazzini, ma la conferma non arriva: si parla di ultime resistenze del giornalista, qualcosa evidentemente si è spezzato nel rapporto di fiducia con l’azienda in cui lavora da vent’anni. «Ho sempre sognato di fare il mestiere che faccio», scrive Floris sul suo sito. Continuerà a farlo a La7, rete che conferma così la sua vocazione per l’informazione, magari riproponendo la coppia con Crozza.

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