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ISTRUZIONE – Gli studenti che abbandonano la scuola diventano ‘fantasmi’: 3 su 4 sono Neet infelici

Il fenomeno crescente dei Neet, gli oltre due milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (uno su quattro di quella fascia di età), ha le sue radici principali nell’abbandono scolastico: il dato emerge dal dossier ‘Dispersione nella scuola superiore statale’ realizzato dalla rivista Tuttoscuola e reso pubblico in questi giorni. “Dei 2milioni 900mila ragazzi dispersi negli ultimi 15 anni – si legge nel rapporto – in buona misura sono diventati Neet: solo circa 700 mila di quei 2,9 milioni di ragazzi (cioè 1 su 4) ha continuato gli studi fuori dalla scuola statale o ha trovato lavoro”.

L’andamento è confermato anche sul breve periodo: “si può calcolare – spiega Tuttoscuola – che di quei circa 180 mila studenti dispersi che nel 2012 hanno lasciato in anticipo i percorsi statali di istruzione, accontentandosi della semplice licenza media, 5-8 mila hanno lasciato dopo il conseguimento della qualifica negli istituti professionali/istituti d’arte, 50-60 mila sono passati a istituti non statali o a corsi di formazione professionale, ma i restanti 110-120 mila non hanno continuato alcun percorso formativo e risultano effettivamente dispersi”.

Gli ultimi dati Istat, riferiti sempre all’anno 2012, dicono che la situazione è sopra il livello di guardia: “in Italia la quota di Neet è di molto superiore a quella della media europea (23,9 e 15,4 per cento rispettivamente), e va dall’11,6% della provincia di Bolzano al 37,7% della Sicilia (dati): l’incidenza dei Neet in Italia è significativamente più alta rispetto ai principali paesi europei quali la Germania (9,7 per cento), la Francia (14,5 per cento) ed il Regno Unito (15,5 per cento) e più simile a quella della Spagna (21,1 per cento)”.

Per lo Stato italiano “il costo sociale è enorme: secondo Confindustria è stimabile in 32,6 miliardi di euro l’anno, e se questi giovani inattivi entrassero nel sistema produttivo nazionale si guadagnerebbero più di 2 punti di Pil. Il divario – continua Tuttoscuola – nasce proprio dall’elevato numero di ragazzi che non completa il percorso secondario superiore, oltre che dalla debole capacità del mercato di lavoro di assorbire giovani, tanto più se non qualificati”.

Del resto, quello del mancato conseguimento della maturità è un problema endemico: nel 2011 solo il 56 per cento della popolazione italiana nella fascia di età 25-64 aveva concluso un ciclo di scuola secondaria superiore, contro il 75 per cento della media Ocse: il divario rimane, ancorché più contenuto, anche tra le coorti più giovani (71 contro 82 per cento nella fascia di età 25-34 anni), come ha ricordato di recente il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

Inevitabile la conclusione dei ricercatori: se è difficile trovare lavoro per chi ha raggiunto solo il diploma secondario superiore (il 28% rimane disoccupato), figurarsi quali sono le prospettive di coloro che neanche ci arrivano, non a caso ben il 45% di coloro che sono in possesso della sola licenza media sono disoccupati.

Questi ragazzi che non studiano e non lavorano, inoltre, sono anche molto più infelici dei loro coetanei: a sostenerlo, sempre in questi giorni, è stato il Rapporto Giovani, indagine curata dall’Istituto Toniolo in collaborazione con Ipsos e condotta tra fine 2013 e inizio 2014 su un campione di 2.350 giovani di età 19-29 anni: mentre i “non Neet” si dichiarano abbastanza o molto felici in misura di tre su quattro, tra i Neet il valore precipita. Oltre uno su tre tra le donne e quasi uno su due tra gli uomini si dichiara per nulla o poco felice.

Secondo Alessandro Rosina, tra i curatori di questa seconda indagine, “nel perdurare della crisi economica, in combinazione con la cronica carenza di politiche attive, questo segmento della popolazione rischia non solo di allargarsi sempre di più ma anche di scivolare sempre più in profondità in una condizione che mescola frustrazione personale e risentimento sociale. La politica, soprattutto su questa fascia di giovani, deve agire in tempi brevi e in modo incisivo”.

Per frenare questo andamento, ormai cronico, Anief è sempre più convinta che il Governo italiano debba intervenire con forza per convertire a tempo indeterminato tutti i contratti a termine superiori ai tre anni, nel rispetto della direttiva comunitaria. Nel nostro Paese si sono penalizzati anche coloro che hanno investito negli studi: è esemplare quanto sta accadendo nella scuola, dove ci sono circa 150mila docenti precari nelle graduatorie ad esaurimento, di cui la gran parte con oltre 36 mesi di servizio alle spalle. Non ci dobbiamo scandalizzare, poi, se nell’ultimo decennio il numero di immatricolati alle università è sceso da 338mila a 269mila studenti, ovvero del 20,6 per cento in meno rispetto al 2003. Il blocco del turn over e dei salari ha fatto il resto.

“Purtroppo, in Italia stiamo aspettando da tempo una politica che guardi da vicino alle esigenze dei giovani – dice Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir –, le cui decisioni devono essere bene indirizzate attraverso un orientamento scolastico all’altezza. Soprattutto nelle aree a più rischio abbandoni. Serve poi l’estensione dell’obbligo formativo sino a 18 anni, con l’avvio anticipato a 5 anni. Ma anche l’approvazione di una vera riforma dell’apprendistato, che coinvolga i giovani a partire dai 15 anni e crei delle forme di alternanza scuola-lavoro nel triennio finale delle superiori”.

“Un maggiore collegamento con le aziende permetterebbe ai nostri ragazzi, come avviene in Germania, di specializzarsi prima di avventurarsi nella ricerca del lavoro. Anche perché la crisi ha messo alle strette anche il comparto privato: stretto tra riduzione del volume di affari, tassazione record e mancati pagamenti da parte dell’amministrazione pubblica, le aziende non riescono più a garantire – conclude il rappresentante Anief-Confedir – quel ricambio generazionale lavorativo necessario per togliere i nostri giovani dalla condizione di Neet”.

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