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FRIULI VENEZIA GIULIA/ Vitalizi, gli eredi incassano 1,8 milioni

Gli ex presidenti, assessori e consiglieri regionali che godono del vitalizio sono 213. Un numero comprensivo anche dei loro eredi, in caso di morte, che beneficiano della cosiddetta reversibilità acquisita prima della nuova legge (mogli o more uxorio, figli fino al diciottesimo anno di età ovvero fino al ventiseisimo se studenti a carico, ma anche, senza limiti di tempo, figli con disabilità totale).

Complessivamente sono 58 le persone (per la stragrande maggioranza si tratta di vedove) cui è riconosciuto questo istituto, che costa mensilmente alla Regione 144 mila 700 euro (1,8 milioni l’anno), pari al 20,03 per cento dell’intera spesa per i vitalizi. Per le 213 “pensioni d’oro” maturate anche per meno di una legislatura effettuata a Trieste il costo a carico dell’istituzione è di 9 milioni l’anno, vale a dire più degli stipendi degli attuali 49 rappresentanti regionali che un anno fa si sono visti ridurre compensi e rimborsi spese.

Nel 2014, in base ai dati resi noti dal Consiglio regionale, per i politic in carica, infatti, l’importo stanziato è di 6,2 milioni di euro.

L’istituto del vitalizio è stato voluto dai consiglieri all’indomani della “nascita” della Regione. Fu istituita all’uopo una Cassa mutua dove i cosiglieri effettuavano i versamenti per il futuro vitalizio.
Ma il meccanismo anno dopo anno mostrò evidenti falle nel senso che i versamenti si dimostravano ampiamente inferiori alla somma complessiva erogata. La Regione corse ai ripari e per un lungo periodo garantì un miliardo di vecchie lire l’anno in aggiunta ai versamenti effettuati dai consiglieri.

Ma è soltanto agli inizi degli anni Novanta che la Regione decise di normare la questione dei vitalizi. La prima legge (la 38) fu varata nel 1995. Successivamente ci furono due modifiche rispettivamente con la legge 13 del 2003 e la 10 del 2013 quella che ha rivoluzionato tutto l’intero meccanismo dei compensi abolendo i vitalizi a partire dai consiglieri eletti per la prima volta in Regione lo scorso anno.

La reversibilità fu introdotta già al tempo della Cassa mutua. Inizialmente veniva riconosciuta soltanto alle vedove o ai vedovi (nel primo consiglio regionale c’era soltanto una donna). Successivamente, in seguito al decesso di un giovane consigliere regionale con due figli giovani, fu estesa all’eventuale convivente more uxorio.

L’elenco completo degli aventi diritto alla reversibilità, però, fu definito solo con la norma del 1995 che prevede, per l’appunto, di garantire l’assegno non solo al coniuge ma anche ai figli sullo stesso modello delle pensioni ordinarie Inps.

Da segnalare che alla fine degli anni Ottanta un consigliere regionale del Psi propose l’abolizione della reversibilità in quanto – spiegò – il vitalizio è un’indennità di carica che non ha ragione di essere trasferito a familiari come avviene per le pensioni. Ma la propopsta fu respinta e il suo autore accusato di essere, «come tutti i socialisti» contro la famiglia.

Così oggi c’è chi percepisce assegni anche a decenni di distanza dalla morte del politico: un meccanismo, per l’appunto, insostenibile dal punto di vista economico con i soli contributi e per questo c’è la necessità che ogni anno il capitolo di spesa venga rimpinguato e presumibilmente per altri decenni.

Prima della legge che ha abolito i vitalizi, l’avvocato Gianni Ortis, assieme a un gruppo di cittadini, aveva promosso 4 referendum per l’abrogazione dei vitalizi e dell’indennità di fine mandato.

Il precedente consiglio regionale (presidente Ballaman, governatore Tondo) dichiarò inammissibili i quattro quesiti, poi impugnati davanti al tribunale di Trieste che dichiarò cessata la materia del contendere perché nel frattempo era intervenuta una prima legge di modifica. Infine, la Regione ha eliminato del tutto i vitalizi per i nuovi consiglieri regionali, non intervenendo però sui costosi diritti acquisiti nel passato.

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