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‘NDRANGHETA/ Sotto la statua della madonna uno della ‘famiglia’ e il sistema delle confraternite. L’alternativa? Vietare le processioni in Calabria

È un vero e proprio sistema. Percorre tutto il Sud, e con alcune varianti da luogo a luogo si intreccia ad antichi riti e credenze, voci di popolo e tradizioni mafiose. La processione di Oppido Mamertina è solo l’ultimo caso in cui l’organizzazione criminale vuole dimostrare di avere in mano la Chiesa. Ma anche le tradizioni cattoliche vanno cambiate e non è più tempo di riti. Al sud le cerimonie per i santi e le madonne , secondo illustri esponenti della Curia romana, forse andrebbero cancellate

Calabria, la Madonna fa l''inchino' al boss

Un corpo rituale vecchio di secoli, la cui spina dorsale è formata dai portatori delle statue sacre alle processioni religiose. «Il punto critico di questo sistema è la scelta di chi porta le statue», spiega Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università degli Studi Roma Tre e all’ateneo di Pavia, autore per i tipi di Rubbettino di molti saggi sulla ‘ndrangheta e dell’Atlante delle mafie. «La scelta di chi sta sotto il Santo o la Madonna -spiega- può avvenire attraverso le designazioni delle pro loco del paese, delle ‘congreghe’ (ovvero le confraternite religiose) o dei comitati festa, oppure attraverso gli incanti», il meccanismo con cui viene aggiudicata la spalla che sosterrà il legno delle statue. Ciconte dipinge la scena in cui si vince il ‘privilegio’: «In una sala, le persone che intendono portare la statua si presentano di fronte a una commissione. A volte si accende una candela, bianca. Quando la cera si consuma, l’ultimo che ha pronunciato il prezzo più alto, si aggiudica l’incanto, ovvero la possibilità di portare in spalla la statua della Madonna». Le cifre variano, ma si può arrivare anche a migliaia di euro. «Il più delle volte -rimarca Ciconte – l’incanto è truccato. Se ci sono persone normali, che concorrono per esaudire un voto o per chiedere una grazia, la cifra si ferma a una certa soglia. Ma quando all’asta partecipano i boss, non c’è partita. A vincere sono sempre loro, hanno i soldi, e l’incanto diventa solo una formalità», o un’altra dimostrazione di potenza.

La ‘ndrangheta è ‘spaccona’, ama farsi vedere. ma spesso sceglie forme più morbide, scorrendo in mezzo alla gente normale. «In quel caso -spiega Ciconte- si vedono forme ‘miste, con lo ‘ndraghetista che si confonde insieme alle altre persone devote. Nella mentalità mafiosa l’importante è che sotto la statua della Madonna o dei Santi ci sia uno della ‘famiglia’». Del resto, fa notare ancora l’autore di ‘Storia criminale’- la Madonna e i Santi, ricorrono continuamente nei rituali mafiosi. Non a caso l’ingresso in Cosa Nostra o nella ‘ndrangheta -ricorda lo studioso- si chiama ‘battesimo’, e i membri di clan e cosche chiamano San Michele Arcangelo a testimoniare l’avvenuta affiliazione«. Come intervenire sul sistema? «Il parroco deve decidere e assumersi la responsabilità di mettere portatori onesti sotto le statue», sottolinea Ciconte. «Altrimenti non resta che una sola alternativa: vietare le processioni per un certo numero di anni. Una misura a cui sembrano ormai giunti i vescovi calabresi. Ma ciò che è accaduto a Oppido Mamertina -conclude- è un fatto che si registra in tutto il nostro Meridione. E le parole non bastano più».

Sulla vicenda della processione di Oppido Mamertina, fermatasi davanti alla casa del boss Giuseppe Mazzagatti, interviene il vescovo della diocesi di Oppido-Palmi. Mons. Francesco Milito che ha dichiarato «immediata e netta la riprovazione dell’inconsulto e temerario gesto di blasfema devozione che va all’opposto di quella dovuta alla Madre di Dio». Secondo il pastore, «chi è riuscito a compierlo, e a ritentarlo, è chiaramente lontano da ogni pur minimo spirito di fede pura, retta ed autentica». «Se neanche le parole pronunciate da Papa Francesco appena qualche settimana fa, con una condanna da tutti comprensibile nella sua incisiva chiarezza, sono riuscite a far da freno – ha aggiunto – è segno che l’indurimento e l’ottundimento di alcune coscienze sono sotto il livello di guardia». Le parole di Milito sono dure e chiare: «La stessa mancanza di giusta reazione, come quella avuta dal Comandante della locale stazione dei Carabinieri e dei suoi due uomini in servizio, sia da parte dei partecipanti alla processione, sia da parte del Clero e di membri vicini alle attività della Chiesa o di più prossimi al fatto, nei giorni successivi, esprime come anche in settori della vita ecclesiale vige ancora un inaccettabile atteggiamento non solo di mancanza di rispetto delle regole canoniche che disciplinano le processioni in Diocesi, ma anche della libertà d’azione e di comportamento profetico che dovrebbe essere stile abituale dell’agire cristiano».

«In una lettera pastorale – ha detto mons. Nunnari – ho scritto ciò che è stato detto anche dal procuratore di Reggio Calabria e cioè che non bastano più le omelie. Bisogna avere il coraggio di tagliere di netto». «Oltre ad esecrare – ha proseguito – cerco le cause che sono lontane, ma anche recenti. Adesso è il tempo di un maggiore silenzio e di una maggiore azione. Le chiacchiere sono chiacchiere, adesso andiamo ai fatti».

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