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La bomba d’acqua a Refrontolo, i testimoni: come un piccolo Vajont

Il paragone è inquietante, e fuori misura, ma in tanti stamane davanti alle macerie e ai morti lasciati dalla bomba d’acqua di Refrontolo hanno parlato di «un piccolo Vajont». Lo hanno fatto gli stessi uomini della Protezione civile, l’assessore regionale Daniele Stival, ma soprattutto i Vigili del fuoco e i superstiti. Quattro vittime, otto feriti, macchine e alberi accatastati l’uno sull’altra. Agli occhi dei primi soccorritori e dei cronisti arrivati sul posto si è aperta una scena «da fine del mondo». La storia di Giannantonio Spinelli, di Solighetto, uno dei feriti, fa capire la dinamica del disastro. I pompieri pensano che abbia avuto salva la vita grazie alla sua stazza possente. È un metro e novanta d’altezza, 130 kg di peso, un passato da rugbysta, ma quando è arrivata la ‘bottà è volato via travolto da acqua e fango, scaraventato a 300 metri di distanza lungo il corso del Lierza, infine proiettato (non si sa come) sulle fronde di un albero. «Non ne vogliamo parlare. Ci è andata bene e basta questo» dicono altri degli uomini che la notte scorsa l’hanno scampata. «Ora – aggiungono – sappiamo cosa provano i superstiti della tragedia della valle del Piave, perchè questo è stato un piccolo Vajont». Se l’è vista brutta anche Ronny Casagrande, che abita a Pieve di Soligo, anch’egli tra i feriti. Era arrivato alla ‘Festa degli Ominì con un gruppo di amici per festeggiare con carne alla brace e prosecco. «Poi è arrivata l’onda maledetta ed è stato spazzato via» racconta chi gli ha parlato prima che lo portassero all’ospedale. «Non ci ha detto cosa ha sentito – prosegue un suo amico – se non di quel suono assordante dopo tanta pioggia. Portato via dall’onda d’urto è stato inghiottito nel nulla, dentro al torrente. Da quello che si è capito, Ronny è rimasto incastrato dai sassi o trattenuto sottacqua da qualcosa. Non riusciva a gridare nè a farsi sentire». «La fortuna ha voluto – conclude l’amico – che da quel disastro uscisse un braccio. Era il suo e qualcuno lo ha visto, gli ha alzato la testa, infine lo hanno tirato fuori». Andrea, un altro degli scampati, arriva in Municipio a Refrontolo per sapere le sorti della sua auto, che gli serve per lavorare. «Sono vivo – racconta – perchè mi sono aggrappato, con l’acqua fino al collo, ad un palo segnaletico. Sono stato fortunato perchè il mio palo ha resistito. Altri sono stati sradicati con la loro base di cemento». Racconti che vengono fuori mentre nell’aria risuona il rumore dei bulldozer e delle motoseghe, e oltre 300 persone, tra vigili del fuoco e addetti della Protezione civile, si danno da fare tagliando rami e alberi abbattuti, raccolgono panche, tavoli e suppellettili sparsi per oltre un chilometro. Uno dei lavori da finire è quello di rimuovere le decine di carcasse di automobili, alcune finite direttamente nel torrente, altre accatastate al margine della strada. Poi bisognerà rimuovere l’enorme massa di ghiaia, sassi e fango che ha intasato l’invaso del Molinetto della Croda il quale, a dispetto dei suoi 400 anni di vita, è rimasto solo lesionato.

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