| categoria: primo piano, Senza categoria

Iraq, nuovi raid Usa. Gli jihadisti circondano e minacciano 4.000 yazidi

Gli Stati Uniti hanno intensificato le loro operazioni in Iraq contro le forze dello Stato Islamico, lanciando nuovi attacchi aerei per bloccarne l’avanzata verso Erbil, capoluogo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, e proseguendo nella distribuzione dall’alto di acqua e viveri alla popolazione yazida in fuga nelle montagne del nord-ovest dai fondamentalisti sunniti. Ma l’emergenza per la minoranza non è affatto risolta, anzi: trecento famiglie nei villaggi di Koja, Hatimiya and Qaboshi, in tutto quattromila persone, sarebbero state circondate da miliziani, che minacciano di ucciderle se non si convertono all’Islam. L’allarme è stato lanciato da alcuni testimoni.
I raid dei caccia americani contro gli estremisti sunniti dello Stato Islamico, ha detto il presidente Barack Obama in un messaggio alla nazione, “proseguiranno finché sarà necessario”. Obama ha anche spinto la politica irachena a trovare finalmente un accordo sul governo, su cui la trattativa è bloccata da mesi, dopo il voto della scorsa primavera. E poi ancora: “Non credo che basteranno settimane per risolvere la situazione in Iraq”, per far sì che l’esercito iracheno sia autosufficiente.
Il presidente sta cercando di rassicurare più che può gli americani, spaventati da un impegno Usa in Iraq. E lo stesso Obama, che ha fatto del ritiro delle truppe Usa da Iraq e Afghanistan un pilastro della sua presidenza, teme i contraccolpi di questo intervento. E infatti, nel messaggio settimanale agli americani, ha detto che “come comandante in capo, non permetterò che gli Stati Uniti siano trascinati in un’altra guerra in Iraq. Le truppe americane non torneranno a combattere lì perché non c’è una soluzione militare americana alla crisi”.
E ha concluso: “Gli Stati Uniti non possono e non devono intervenire ogni volta che c’è una crisi. Ma quando innocenti si trovano ad affrontare un massacro e noi abbiamo la possibilità di prevenirlo, gli Stati Uniti non possono guardare da un’altra parte”. In un’intervista al New York Times, Obama ha anche ribadito la posizione di Washington rivolgendosi alle varie fazioni irachene: “Saremo vostri partner, ma non faremo il lavoro al posto vostro. Non invieremo nuovamente le nostre truppe sul terreno per mantenere il coperchio sulle cose. Dovrete mostrarci che avete la volontà e siete pronti a mantenere un governo iracheno unito e fondato sul compromesso”.
In una nota del Pentagono, si legge che droni e jet militari hanno colpito due volte una posizione dei combattenti sunniti “eliminandoli con successo”. In seguito, i jet hanno neutralizzato con otto bombe un convoglio di veicoli e una postazione d’attacco vicino Erbil, dove gli Usa hanno una sede diplomatica. E dove torneranno ad atterrare i voli della Turkish Airlines, limitati ai collegamenti diurni, sospesi ieri per motivi di sicurezza. Poi, in serata (ora irachena) l’aviazione Usa ha lanciato nuovi raid contro i militanti dello Stato islamico nell’area di Khazar, località situata tra la città di Mosul e quella di Erbil. Qui sarebbero stati uccisi almeno 20 jihadisti, e feriti altri 55. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha diffuso un video che mostra il primo attacco aereo Usa sull’Iraq, realizzate con una termocamera. Mostra vari obiettivi colpiti da quattro jet da combattimento della marina militare F/A 18, vicino alla città di Erbil. E gli aiuti umanitari. Per la seconda notte consecutiva, aerei militari statunitensi – cui si stanno aggiungendo anche aerei britannici e francesi – hanno anche lanciato viveri e acqua alle decine di migliaia di profughi iracheni, soprattutto cristiani, bloccati sulle montagne di Sinjar, nella zona nord occidentale dell’Iraq, dove si sono rifugiati a seguito dell’avanza dei miliziani dell’Isis che minaccia ora la regione autonoma del Kurdistan. Tra le decine di migliaia di persone in fuga sulle montagne aride del nord-ovest, senza acqua né cibo, c’è anche l’antica comunità curdofona religiosa degli yazidi, che gli estremisti sunniti considerano alla stregua di “adoratori del demonio”. Per loro ha parlato Vian Dakhil, deputato e membro della comunità yazida, con una ferma richiesta di aiuto: “Ci restano solo uno o due giorni per portare loro soccorso. Dopo, cominceranno a morire in massa. Se non diamo adesso un po’ di speranza, il loro morale sprofonderà. E moriranno”.
Da parte curda, Fouad Hussein, segretario generale della presidenza, in conferenza stampa a Erbil, ha dichiarato che circa 150 peshmerga, i combattenti curdi, sono stati uccisi e più di altri 500 sono rimasti feriti negli scontri che li hanno contrapposti ai jihadisti sunniti dall’inizio della loro offensiva, il 9 giugno. C’è poi la storia, confermata dalla polizia di Kirkuk, di una donna di 40 anni giustiziata dall’Isis per aver imprecato contro i jihadisti e cercato di convincere i commercianti di un mercato locale a non vendere loro alcuna merce. E’ stata uccisa a colpi d’arma da fuoco nei pressi della sua casa, nel villaggio di Al Zab, a sud-ovest di Kirkuk. Soraya al Jubury, il suo nome, era vedova di un membro delle milizie Sahwa (risveglio), fondate alcuni anni fa tra la comunità sunnita per combattere la presenza di al-Qaeda in Iraq. Anche il figlio fa parte delle stesse milizie, ma è in servizio in un’altra città. Il ministro degli Esteri Federica Mogherini a SkyTg24 ha comunicato lo stanziamento di un milione di euro in aiuti umanitari e sottolineato la vicinanza dell’Italia agli iracheni e “soprattutto ai curdi, che stanno facendo un lavoro molto duro e difficile di contrasto” ai miliziani sunniti. I raid aerei Usa, infatti, ha spiegato Mogherini, riferendo di un suo colloquio con il presidente curdo Massoud Barzani, “sono effettivamente molto importanti” per il governo autonomo curdo, in quanto “consentono loro di organizzare la reazione militare” all’offensiva dello Stato Islamico. Alle parole del ministro sulla “reazione militare” curdo-irachena fa eco la notizia che almeno quaranta miliziani dell’Isis sono stati uccisi a Tuz Khurmatu, nella provincia di Salah al Din, dall’aviazione irachena in coordinamento con i peshmerga.
Obama non ha per ora fissato una data per la fine dei raid, ma ha assicurato che non saranno inviate truppe di terra. Esattamente quanto chiedono i “terroristi”, provocando la Casa Bianca in un video, pubblicato da vice media, in cui sfidano gli Usa a inviare i loro soldati invece dei droni. E’ il portavoce dell’Isis Abu Mosa a rivolgersi così all’America: “Dichiaro agli Stati Uniti che è stato creato il califfato islamico. Non siate vigliacchi, attaccandoci con i droni. Mandate i vostri soldati invece, quelli che abbiamo umiliato in Iraq. Lo faremo ovunque e alzeremo la bandiera di Allah sulla Casa Bianca”.

Ti potrebbero interessare anche:

CONFEDERATION CUP/ L'Itala perde i pezzi, Pizzo e Bargagli ko
E adesso sotto con i tagli alla sanità
LA MAPPA DEGLI STRANIERI/ Romeni a Aprilia, indiani a Sabaudia, marocchini a Priverno e cinesi a Lat...
VALLE DEL SACCO/ Boom di invalidi: incubo cancro. Adesso l'allarme è altissimo
TREVISO/ «Raccogliete i bicchieri a terra»: massacrato dalla baby gang in piazza
Un indigesto minestrone elettorale



wordpress stat