| categoria: Il Commento

Una brutta giornata per Venezia e per il Veneto

di Maurizio Del Maschio
E’ stata una brutta giornata per Venezia e per il Veneto. Ma lo è stata per l’intera Italia, anche se gli Italiani non se accorgono. Due i motivi che la caratterizzano: il primo è la decisione del Comitato interministeriale per Venezia di accogliere la proposta dell’Autorità portuale (tanto caldeggiata dal suo Presidente Paolo Costa) di risolvere il problema del passaggio delle navi da crociera attraverso il Bacino di S. Marco e il Canale della Giudecca creando un percorso alternativo con lo scavo a quota idonea del Canale Contorta-Sant’Angelo, a occidente della Giudecca. Il progetto non sarà certo realizzato in tempi brevissimi, dal momento che il prossimo passo è la valutazione di impatto ambientale, sede nella quale gli ambientalisti, Italia Nostra in testa, dovranno dare inevitabilmente battaglia. L’esultanza del Governatore del Veneto Luca Zaia pare fuori luogo. Egli ritiene che con il raggiungimento dell’obiettivo di eliminare il traffico di navi con stazza superiore alla 40.000 tonnellate dal Bacino di San Marco il problema sia risolto. Invece, non si vuole prendere in considerazione la circostanza che lo scavo del Canale Contorta-Sant’Angelo costituirà un’ulteriore ferita ad una laguna già ampiamente sconquassata nello scorso secolo. I politici e i tecnici da essi interpellati fanno orecchie da mercante. Non vogliono prendere in considerazione soluzioni alternative che pure ci sono. Non solo, ma su argomenti tanto delicati che coinvolgono i residenti oltre che cospicui interessi economici, non si ritiene, come nei Paesi a forte connotazione democratica, di interpellare la popolazione. Il popolo è bue e deve subire sempre tutto.
Il secondo motivo di rammarico per Venezia e per l’intero Veneto viene ancora una volta dalla capitale. Nella sua ultima riunione prima della pausa estiva, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per gli Affari Regionali Maria Carmela Lanzetta (PD), ha deciso di impugnare le leggi regionali del Veneto 15 e 16, del 19 giugno scorso, che prevedono il referendum consultivo sull’autonomia della regione. Che in Italia esista un marcato deficit di democrazia è cosa nota e facilmente dimostrabile e la prima lettura della legge di modifica costituzionale per la riforma del Senato ne costituisce la riprova. Mentre la democratica Gran Bretagna accetta che in Scozia si proceda a celebrare un referendum sull’indipendenza, nell’Italia del XXI secolo si nega il diritto di espressione popolare sulla semplice autonomia, diritto contenuto anche nella Carta dell’ONU che l’Italia ha sottoscritto. Questa è una decisione che mortifica l’Italia in nome di una visione errata dell’intangibilità territoriale da interpretare come una chiara opposizione a qualunque tentativo di erosione dall’esterno (vedi Trieste) e non di dominio assoluto sulle popolazioni interne.
Lo Stato unitario italiano, fin dalla sua formazione (1860), ha sempre visto contrapposte la visione federale e quella accentratrice risultata sempre vincente. Neppure al termine della Seconda Guerra Mondiale si è saputa cogliere l’occasione per riformare lo Stato in senso federale, come ha fatto la Germania con i risultati positivi che sono sotto gli occhi di tutti. Le tensioni che provocano i movimenti indipendentisti sono determinate proprio dall’arroganza di uno Stato centralista e partitocratico. Quousque tandem? Fino a quando?

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