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SCUOLA/ Pensioni, ‘Quota 96’ è la punta dell’iceberg: i docenti italiani saranno sempre più vecchi

Dopo l’ennesimo mancato via libera ai ‘Quota 96′ , con il Governo che si è reso protagonista di un inatteso voltafaccia che per motivi di finanza ha colto l’occasione per ringiovanire almeno un po’ i nostri docenti e dare una spinta al turn over, i lavoratori della scuola tornano a fare i conti con la realtà: quella che li vede con la carta anagrafica con più anni al mondo. E con il fatto che l’innalzamento dei requisiti previsti dalla riforma pensionistica Monti-Fornero, come ben illustrato oggi dalla stampa nazionale, renderà inattaccabile il record dei docenti italiani mediamente più vecchi di tutti.

Occorre ricordare, infatti, che nella scuola l’81% dei docenti sono donne e che nel 2014 le norme per accedere all’assegno pensionistico hanno portato le lavoratrici statali a lasciare il servizio non prima dei 63 anni e 9 mesi. Mentre per quelle che non posseggono il requisito dell’età anagrafica l’anzianità contributiva è diventato di 41 anni e 6 mesi (per gli uomini un anno in più).

Nei prossimi anni, a seguito dell’inserimento nei nuovi calcoli introdotti dalla riforma Monti-Fornero, anche i requisiti per la pensione di vecchiaia saranno sempre più alti, fino a che alle donne si richiederanno gli stessi requisiti degli uomini: nel 2018 per entrambi i sessi serviranno, infatti, quasi 67 anni (66,7). Basta dire che 20 anni, prima della riforma Amato, le donne potevano andare via anche a 55 anni. Le prospettive della riforma in atto sono, tra l’altro, terrificanti: nel 2050 si potrà lasciare il lavoro nel pubblico solamente a 69,9 anni. E per le pensioni di anzianità non andrà meglio: se nel 2016 alle donne verranno chiesti 41 e dieci mesi di contributi versati, nel 2050 gli anni diventeranno addirittura 45 (46 per gli uomini).

Già a distanza di un anno e mezzo dall’entrata in vigore della nuova legge sulle pensioni gli effetti sono stati evidenti: quest’anno hanno lasciato il lavoro circa 11mila docenti e 4mila Ata. Mentre 12 mesi prima erano stati complessivamente 28mila. E nel 2007 oltre 35mila. Se non è un blocco del turn over, poco ci manca, con gli insegnanti italiani destinati ad essere tra i più vecchi dell’area Ocse: in base agli ultimi dati ufficiali, l’età media delle immissioni in ruolo è alle soglie dei 40 anni di età.

Quest’anno non sono mancati i casi di donne ultrasessantenni convocate per essere immesse in ruolo. E ormai complessivamente due insegnanti italiani su tre hanno almeno 50 anni. Non solo: i nostri docenti con meno di 30 anni sono appena lo 0,5%, mentre in Germania la presenza di insegnanti under 30 si colloca al 3,6%, in Austria e Islanda al 6%, in Spagna al 6,8%.

Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, coglie l’occasione per ricordare che “la mancata deroga sui ‘Quota 96′ rappresenta un campanello di allarme per tutta la categoria degli insegnanti: questa professione è stata infatti scientificamente collocata tra le più a rischio burnout. I nostri governanti non hanno tenuto minimamente conto che la donna dopo i 50 anni presenta spesso problemi di salute, che è soggetta a patologie che ha sulle spalle il peso della famiglia. In assoluto, poi, il legislatore non si è minimamente soffermato sull’elevato logorio che arreca su chi lo conduce per tanti anni consecutivi”.

Si tratta di una trascuratezza che sta già producendo riflessi negativi sulle nuove generazioni che frequentano la scuola. “Purtroppo si è pensato di far quadrare i conti dello Stato e basta. Solo che ora i nodi vengono al pettine. E siamo solo all’inizio della fiera”.

“E’ Anief, quindi, a riproporre l’unica soluzione praticabile per uscire da questa situazione di impasse: trasformare in tutor per nuovi docenti tutti coloro che hanno alle spalle un congruo numero di anni di insegnamento, almeno 25-30. Con conseguente sottrazione, parziale o totale, delle ore di didattica frontale. L’opera di tutoraggio e di supervisione dell’operato dei giovani insegnanti – conclude Pacifico – permetterebbe sia di svecchiare il personale in cattedra, sia di migliorare la qualità complessiva dell’insegnamento, visto che le nuove generazioni di docenti potrebbero ereditare tante conoscenze, capacità e competenze altrimenti destinate a smarrirsi”.

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