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L’economia Ue si ferma, sale il pressing sulle mosse di Draghi

«Andrò in vacanza in Italia», ma «non parteciperò alla ripresa del Paese», ha detto il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi giovedì scorso. Ma la gelata della crescita dell’Eurozona, che potrebbe culminare giovedì con la notizia di un Pil negativo in Germania, rischia di mettere la Bce sotto una pressione crescente proprio per rilanciare la crescita usando l’arma che finora ha evitato: l’acquisto diretto, e massiccio, di titoli di Stato. La Bce intende usare la pausa estiva per valutare gli effetti del pacchetto di misure lanciato a giugno, fra cui spiccano i nuovi maxi-finanziamenti alle banche per rilanciare il credito alle pmi. Ma al rientro dalle ferie, i banchieri a Francoforte rischiano di ritrovare stravolte le loro stime di moderata ripresa e inflazione ancora sotto controllo. Le stime degli economisti indicano in media Pil a -0,1% per la Germania nel secondo trimestre. L’Italia è già tornata in recessione, come la Finlandia. La Francia è in stagnazione. L’Olanda nel secondo trimestre è precipitata a -0,6%. Certo, c’è la Spagna, protagonista di una ripresa che accelera dalla primavera del 2013 (+0,6% nel trimestre appena concluso). Grecia e Irlanda sono uscite dalla recessione dopo la cura da cavallo chiesta dalla troika. Ma il blocco centrale dell’economia europea si è fermato. A Bruxelles, ciò potrebbe aiutare Italia e Francia a ottenere più flessibilità sui conti pubblici: fermo restando il vincolo del 3%, il saldo strutturale tiene conto di un ciclo economico sfavorevole. Pesa, come mostra oggi l’indice Zew, la crisi in Ucraina: decine di aziende tedesche che esportano verso l’est macchinari e tecnologie lamentano un blocco degli ordini, con i committenti russi che hanno fermato tutto temendo una mancata consegna nel caso di inasprimento delle sanzioni reciproche. Ma c’è dell’altro. Mentre il Sud Europa fa i conti con mancanza di riforme e un debito pubblico e privato paralizzante, il modello economico di economie come quella tedesca o olandese, fortemente orientato all’export, riceve una batosta dalla frenata del Pil di Paesi come Italia, dove gli investimenti continuano a mostrare segno meno, ma anche Brasile, Turchia o Sud Africa. E poi c’è il raffreddamento dell’economia cinese. Berlino, come in parte già ha fatto con lo stipendio minimo, potrebbe aprire a un rilancio della propria domanda interna. Ma ci vorranno anni. Nell’immediato, la pressione torna sulla politica monetaria nonostante i successi in chiaroscuro negli Usa, e soprattutto in Giappone, del ‘quantitative easing’. Di fronte a una gelata sul Pil dell’Eurozona, che rischia di sballare le attese della Bce per un’inflazione in moderata ripresa, i ‘falchì che bloccano questa misura potrebbero trovarsi presto a corto di argomenti convincenti. E i mercati non stanno a guardare: nonostante Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, confermi «più o meno» la stima di crescita tedesca dell’1,9% quest’anno, il Bund decennale si avvicina pericolosamente all’1%, un livello ‘giapponesè che racconta come i mercati temano una spirale deflazionistica. Draghi lo ha messo in conto. Giovedì, nella conferenza stampa mensile, ha parlato apertamente dell’ «opzione» di acquistare titoli di Stato. E ha citato apertamente i rischi geopolitici. L’innesco potrebbe essere un precipitare degli eventi in Ucraina. Per i Paesi ad alto debito, come l’Italia, un ‘QÈ sarebbe un’ulteriore boccata d’ossigeno, che probabilmente arriverà però con un pressing europeo sempre più intenso a realizzare riforme economiche ritenute non più rinviabili.

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