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MUSICA/ Il Rof riscopre Aureliano in Palmira

«Rossini è come Stanley Kubrick». Parola di Mario Martone, regista di Aureliano in Palmira, ultima ricoperta musicologica del Rossini Opera Festival, andata in scena stasera a Pesaro. «Non a caso Kubrick ha usato la musica di Rossini in Arancia meccanica – spiega -, hanno la stessa ambiguità che produce un senso di vertigine».. La conferma viene proprio da Aureliano, presentata in prima assoluta in edizione critica. I guerrieri di Palmira, l’attuale Siria, si preparano alla battaglia. Solo che la musica concitata è quella della sinfonia del Barbiere di Siviglia, mentre il giovane guerriero Arsace si lancia in una grande aria eroica, praticamente uguale alla celeberrima cavatina di Rosina. Titolo perduto (malgrado alcune rappresentazioni spurie) e leggendario, l’unico scritto da Rossini per un castrato, Giovanni Battista Velluti nel ruolo di Arsace, Aureliano in Palmira fu rappresentata per la prima volta alla Scala nel 1813. Non fu un grande successo: «fiasco, ma bello» scrisse alla madre il giovane musicista, prima di procedere a riutilizzare disinvoltamente la sinfonia e varie altre pagine nel Barbiere e in Elisabetta, regina d’Inghilterra, a ulteriore dimostrazione dell’astrattezza della sua musica, che vive in uno spazio aperto a tutte le interpretazioni. Improbo e certosino il lavoro di Will Crutchfield curatore dell’edizione critica per la Fondazione Rossini, che, in assenza di autografo, ha ricostruito la partitura su decine di fonti, tra manoscritti e antichi libretti. Il risultato: oltre tre ore di musica, «abbiamo recuperato anche pagine tagliate dallo stesso Rossini, ma anche recuperato brani mai più ascoltati dalla prima scaligera». Il libretto di Felice Romani disegna un triangolo amoroso tra l’imperatore romano Aureliano (tenore), la regina palmirena Zenobia e Arsace, che animano la resistenza orientale, sullo sfondo di fatti storici risalenti al 272 d.C., secondo uno schema di opera «napoleonica» dove il re o il principe è magnanimo e generoso e si chiude con la sottomissione della coppia e l’avvento della «pax romana». Diversa la lettura di Martone, che con le scene di Sergio Tramonti (un labirinto di teli che a poco a poco di dissolve), i costumi di Ursula Patzak e le luci di Pasquale Mari, ha enfatizzato il confronto-scontro a tuti i livelli: tra Oriente e Occidente, ma anche di genere e sessuale, con una impostazione brechtiana dal gioco teatrale esplicito, con il fortepiano e il violoncello del continuo sul palcoscenico insieme ai cantanti. E, sul lieto fine celebratorio, si concede un richiamo alla Siria di oggi, facendo scorrere delle scritte che raccontano «la vera storia»: la resistenza fiera e la sconfitta di Zenobia portata in catene a Roma, una citazione di di Edward Said «L’Europa è forte e ben strutturata, l’Asia è lontana e sconfitta» , per concludere che «Quel confine è ancora segnato col sangue nei deserti mediorientali». Lo stesso Crutchfield ha diretto l’Orchestra Sinfonica Rossini e il coro del Comunale di Bologna, restituendo una partitura di impostazione neoclassica, ma con aperture preromantiche nelle pagine corali, nei momenti di riflessione interiore o di abbandono al sentimento amoroso. Di lusso il cast in cui ha svettato il soprano Jessica Pratt, splendida voce e autorevole presenza scenica, affiancata dal tenore Michael Spyres (Aureliano) e dal mezzosoprano Lena Belkina nel ruolo che fu di Velluti. Per Crutchfield, infatti, la tecnica vocale dei tanti sopranisti e falsettisti disponibili oggi non è adatta alla musica ottocentesca

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