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ROMA/Delitto dell’Anagnina, dietro l’esecuzione i boss della droga

Pietro Pace frequentava i boss di Cinecittà. Il suo nome compare nei fascicoli dell’intelligence.
Era stato fermato più volte in compagnia di elementi definiti dagli investigatori «molto pericolosi» e dai profili criminali «di spessore». Nomi che sfilano accanto alle inchieste e alle informative sui clan che gestiscono il narcotraffico nella zona Tor Vergata-Cinecittà. Frequentazioni che avrebbero permesso a Pace di incontrare la donna di cui l’altro giorno ha parlato il padre, Mario, e forse di innamorarsi. La ragazza, però, compagna di un criminale finito in cella lo scorso aprile per il tentato omicidio di un poliziotto romano (dovrà scontare 17 anni di carcere), potrebbe essere – secondo gli investigatori – una donna «troppo pericolosa», da cui stare lontano. Tanto da generare un possibile movente in grado di giustificare l’agguato mortale al netturbino incensurato, firmato mercoledì sera in via Gasperina con sette colpi di pistola. Ma non è l’unica pista. Anche le modalità con le quali è avvenuto il delitto sono particolari.

Innanzitutto c’è la pistola. Non si tratta del solito revolver arrugginito usato da qualche piccola banda, o di un revolver 7,65: armi generalmente poco costose e di facile reperibilità. La pistola è un calibro 40, una 10 millimetri che ha lasciato sull’asfalto i bossoli. Un grosso calibro, particolarmente caro e di non facile reperibilità, a meno di non appartenere a bande ben equipaggiate. Anche il luogo dell’agguato ha un significato nel mondo del crimine. Pietro Pace è stato ucciso a poche centinaia di metri da casa, nel suo quartiere, davanti a decine di persone. Erano le 21,20 quando i killer si sono avvicinati al netturbino alla guida della sua Golf e hanno sparato. Non hanno esitato a fare fuoco in mezzo alla gente. C’era chi mangiava il gelato, chi stava in terrazza a prendere il fresco, chi a passeggio. A pochi metri dall’auto di Pace c’è una pizzeria al taglio e a quell’ora era piena di persone. Secondo alcuni investigatori, esperti in criminalità organizzata, i mandanti «volevano un’esecuzione plateale, davanti alla gente, una dimostrazione di forza».

La famiglia dell’uomo (la sorella gemella e i genitori) è sotto choc. “Era un bravissimo ragazzo, non ha mai avuto problemi di droga o di soldi”, ha detto il padre Mario Pace che ha offerto un premio di 100mila euro a chi fornirà informazioni utili alle indagini.

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