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SCUOLA/Stipendi fermi da 2009, baratro se eliminano gli scatti

Gli stipendi fermi e la disoccupazione crescente stanno portando l’Italia verso il baratro: oggi l’Istat ha comunicato che il nostro Paese nel mese di agosto è entrato in deflazione per la prima volta da oltre 50 anni, cioè dal settembre del 1959, quando però l’economia era in forte crescita. Anche la disoccupazione torna a salire: a luglio è balzata al 12,6%, in rialzo di 0,3 punti percentuali su giugno e di 0,5 punti su base annua.

“Non occorre un economista per capire che gli italiani non hanno più soldi in tasca e per questo non spendono; di conseguenza le merci, anche primarie, non si vendono e per l’economia la crisi si fa sempre più nera”, commenta Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir.

“L’aspetto paradossale – continua il sindacalista – è che i comparti che percepiscono stipendi da fame vengono ancora più abbandonati al loro destino. Mentre nel privato le buste paga continuano ad essere incrementate in modo soddisfacente rispetto al costo della vita, tra i pubblici dipendenti si riscontra un processo ben diverso. Vale per tutti l’esempio della scuola, dove nell’ultimo periodo l’inflazione ha superato le buste paga di 5 punti percentuali. Tanto è vero che rispetto agli altri Paesi economicamente sviluppati dell’area Ocde i nostri insegnanti arrivano alla pensione in media con 8mila euro annui in meno”.

E le indicazioni che arrivano, proprio in queste ultime ore, sono tendenti al peggio. Mentre il Governo si accinge a preparare un rinnovo di contratto incentrato tutto sul merito e contrassegnato da un sostanziale addio agli scatti di anzianità, che rimaneva l’unica forma di carriera dei docenti, solo ora ci si rende conto che gli 80 euro di aumento massimo lordo, tanto voluto in primavera dal premier Matteo Renzi, non hanno portato quell’impennata ai consumi che ci si attendeva: premesso che la riduzione del Cuneo fiscale, introdotta con l’art. 1 del D.L. 66 del 24 aprile 2014, è andata a far lievitare gli stipendi di appena quattro insegnanti su dieci e che non pochi tra questi dovranno pure restituirli, non si comprende come l’esecutivo in carica avesse potuto illudersi di pareggiare con questa ‘elemosina’ le enormi risorse che negli ultimi 20 anni i governi di turno hanno sottratto a milioni di lavoratori a seguito della privatizzazione del rapporto di lavoro avviata con il D.lgs. 29/1993.

Il risultato di questo processo è presto detto: tra il 2001 e il 2012 gli stipendi di docenti e Ata si sono innalzati appena del 29,2%, meno il tasso di inflazione effettivo del periodo è stato del 31%. Mentre nel settore privato manifatturiero hanno fatto riscontrare un aumento del 45,6%.

“L’unico provvedimento che occorreva attuare per uscire da questa situazione era l’arrivo di nuovi soldi attraverso la legge di Stabilità, come è stato fatto per tanto tempo, – continua Pacifico – ma prima bisognava anche cancellare il decreto legislativo 150/09, voluto dall’allora ministro Renato Brunetta, che ha legato gli incrementi in busta paga ai risparmi di comparto. E al livello delle performance professionali, in perfetto stile aziendale. Il risultato di questa sciagurata politica, aggravata dall’alto tasso di disoccupazione, con quella giovanile e il numero di Neet da record, è sotto gli occhi di tutti”.

“Aver tenuto fermo lo stipendio di oltre tre milioni di dipendenti pubblici per tutto questo tempo – dice ancora il sindacalista – sta portando l’Italia in condizioni economiche sempre meno da Stato moderno. Per queste ragioni Anief ha deciso di adire la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU): per tutelare non soltanto il diritto a un contratto, al lavoro e a una giusta retribuzione ma anche alla parità di trattamento tra i lavoratori italiani ed europei.

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