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VENEZIA CINEMA/Favino parla tacendo in “Senza nessuna pietà”

Parla tacendo Pierfrancesco Favino in ‘Senza nessuna pietà, il lungometraggio di esordio di Michele Alhaique: attore, anche in tv con la serie ‘Boris’ e al cinema con Zalone in ‘Che bella giornata, passato alla regia prima con i corti ‘Runaway’ (2003) e ‘Il torneò (2008) ora con questo film, in gara a Venezia 71 nella sezione Orizzonti. Favino è Mimmo, muratore ma anche nerboruto e panciuto riscossore di crediti per un clan familiare nella periferia romana che incrocia edilizia e strozzinaggio, guidato dallo zio di Mimmo, il signor Santili (Ninetto Davoli), che sta per lasciare lo scettro del comando al figlio e cugino di Mimmo, Manuel (Adriano Giannini). Falso amico e vero traditore di Mimmo è il personaggio del Roscio (Claudio Gioè). A rivoluzionare tutto sarà la comparsa sulla scena di una ragazza, un’aspirante escort, Tanya (Greta Scarano). La vicenda si dipana, gli altri parlano molto e fanno poco, Mimmo parla pochissimo e agisce molto, difficile tacere tanto per attore? »Assolutamente no -risponde Favino all’Adnkronos- sono estremamente a mio agio quando con il corpo, con lo sguardo riesco a esprimere, come facciamo nella vita, molto più di quanto le parole riescano a tradurre«. L’intento del regista è dichiarato fin dalle prime immagini, delle mani e delle labbra screpolate di Favino: le battute non sono un vincolo, la storia è raccontata visivamente, il corpo predonomia e nel caso del protagonista impedisce di muoversi al di fuori di questa realtà che pure gli va stretta», nella vita invece, aggiunge Favino, «io sono chiaccherone però faccio tanto. Amo il mio lavoro, sono felicissimo di farlo però so anche ascoltare e se questo vuol dire tacere in alcuni casi penso di essere abbastanza simile al mio personaggio»

Barbuto, tanto da ricordare l’Otello di Orson Welles, e la liason con l’opera shakespeariana non si limita a questo, Mimmo-Favino è apparentemente assente ma metodico, preciso: »La sua precisione rimanda a un suo essere rispettoso, nel quale affiorano i risultati di una educazione che forse lui neanche ricorda di avere ma che emergono; come poi emergeranno tante altre cose grazie allo scontro che ha con Tanya: un bel contrasto, anche quello espresso quasi solo fisicamente. È un uomo che sa guardarsi intorno, ascoltare, pur essendo braccato da una esistenza che non gli da la possibilità di uscire da quelle che sono le regole del clan cui appartiene«. Il clan di Favino resta comunque quello degli attori, a chi gli chiede perchè abbia fatto la scelta di coprodurre, se gli vada stretto il ruolo di attore, lui risponde sereno che »no, recitare non mi va stretto, come non credo che vada stretto a colleghi che hanno fatto la stessa scelta. Credo invece che il cinema italiano si stia prendendo la responsabiltà di fare sistema e poi ho anche una età in cui è giusto prendersi delle responsabilità in più«

Di responsabilità se ne è prese anche il regista, anzitutto quella di indispettire lo spettatore con una narrazione dove tutto avviene ma, fino alla fine, sembra che non sia avvenuto nulla, salvo poi trovare il modo di rileggere il film a partire dallo scioglimento finale: »Ho voluto non dare dei personaggi delineati fin dall’inizio ma definirli durante il racconto, proporre delle persone più che dei personaggi«, dice Alhaique, esprimendo un concetto che tutti gli interpreti sembrano fare loro. Quanto ai rimandi all’Otello, l’esordiente si emoziona quando glieli si sottolinea, a partire dal personaggio del Roscio che è un autentico Jago, passando per i protagonisti che sono entrambi uomini d’arme al servizio di altri, senza trascurare l’amore, centrale in entrambe le narrazioni. L’amore fra Mimmo e Tanya è in realtà un sentimento individuale più che condiviso, la scoperta per entrambi della possibilità di fuggire dalla loro condizione presente. Senza vie di fuga sono invece la Roma periferica e l’Ostia delle riprese, dove tutti gli spazi vengono dilatati, monumentalizzati. »Una periferia che circonda Roma, in qualche modo la protegge ma intanto schiaccia i protagonisti«, sottolinea il regista. Mimmo e Tanya nel film hanno quasi un rapporto sorella minore – fratello maggiore, lei innocentemente disperata nonostante la voglia di apparire ‘scafatà e lui disperatamente innocente nonostante la violenza che amministra, prima per il clan e poi in proprio, verso gli altri e verso se stesso. Sul set fuori dai ciak Greta Scarano, totalmente nella parte, confessa di »non aver trovato differenze fra Favino e Mimmo, diciamo che Pierfrancesco lo sto conoscendo adesso. E i due avranno modo di conoscersi ancora, dato che entrambi accennano a progetto cinematografico autunnale, senza entrare nei particolari ma ammettendo che anche se non vi lavoreranno insieme vi parteciperanno entrambi

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