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FOCUS/ Scavalcata dall’Isis Al Qaeda punta all’Asia centrale

Se i nuovi jihadisti dell’Isis sembrano ormai decisi a superare in ferocia persino il ‘maestrò Osama bin Laden, mettendo a ferro e fuoco il Medio Oriente in nome di uno Stato islamico divenuto realtà in ampie contrade siriane e irachene, i vertici storici dell’internazionale del terrore tentano di riguadagnare terreno e annunciando la creazione di un ‘Califfatò nel sud-est asiatico. In un video messaggio Ayman az Zawahri, leader di al Qaida (la Base), ha annunciato l’intenzione di «far rinascere il califfato» in alcune regioni dell’India, in Birmania e in Bangladesh. Solo in quest’ultimo Paese i musulmani sono la maggioranza (89%), mentre nel sub-continente indiano sono circa il 13% e in Birmania non superano il 4%. Il governo di Delhi ha preso sul serio la minaccia. E ha oggi annunciato di aver allertato le autorità delle province dove la presenza di fedeli musulmani è più significativa e, soprattutto, in quelle nel nord-ovest confinanti col Pakistan e in quelle del nord-est a ridosso della frontiera col Bangladesh. Rivolgendosi in arabo e in urdu, lingua parlata da milioni di persone in Pakistan e India, il 64enne capo qaedista di origini egiziane ha annunciato la nascita dell’ala di al Qaida nella regione indiana che dovrebbe riunire una serie di gruppi jihadisti locali. Agli osservatori regionali la mossa di Zawahri appare come un tentativo di rispondere, prima di tutto sul piano mediatico, alla graduale perdita di consenso e credibilità di al Qaida presso ampi settori della comunità jihadista globale: sempre più attratta dai successi militari e politici dello Stato islamico. Nato come ala irachena di al Qaida, questo gruppo jihadista ha trovato ampio spazio nella Siria orientale dilaniata dalla guerra in corso tra insorti e regime. Quello che per tutto il 2013 si è presentato come lo «Stato islamico in Iraq e nel Levante» (Isis), ha dapprima sconfessato lo stesso Zawahiri da posizioni ancor più estreme e ha poi proclamato, nel giugno scorso, la nascita di un cosiddetto Califfato a cavallo tra Siria e Iraq, guidato dal ‘Califfò Abu Bakr al Baghdadi. Sebbene l’ala siriana ‘ortodossà di al Qaida, la Jabhat an Nusra, combatta apertamente contro gli uomini di Baghdadi (oltre che contro le forze governative di Bashar al-Assad) il 40enne leader emergente di origini irachene ha ricevuto negli ultimi mesi il sostegno formale e informale di numerosi gruppi jihadisti, più o meno influenti, presenti ai quattro angoli del Pianeta. Atti di lealtà, se non di sottomissione, gli sono giunti da capi qaedisti in Yemen (Aqap), da altri presenti in Nordafrica (Aqim), tra cui Tunisia e Libia, e persino da predicatori ultrà di Afghanistan e Pakistan, il fortino di Zawahiri e Bin Laden. L’eco del successo di Baghdadi ha spinto a unirsi allo Stato islamico, almeno nella retorica, pure leader jihadisti indonesiani, malesiani e persino seguaci di Abu Sayyaf, guida qaedista filippina. Più di recente, i jihadisti del Sinai egiziano e quelli di Boko Haram in Nigeria hanno espresso comunanza d’intenti con il ‘Califfò. Le ‘gestà di Baghdadi hanno fatto proseliti inoltre in Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia fra i seguaci dell’Islam più radicale. Al Qaida tradizionale non è certo morta, ma dalla scomparsa fisica di Bin Laden tre anni fa, la sua influenza sembra essere in effetti in declino. Anche perchè ai giovani disadattati di mezzo mondo, che nel jihad cercano quelle certezze introvabili altrove, Ayman Zawahiri, esponente di una generazione jihadista ormai tramontata, parla di un califfato mitico per il domani. Mentre Baghdadi offre già oggi un pezzo di ‘Stato islamicò dove realizzarsi e magari ‘morire martirì per la causa.

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