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Marchionne, Italia paese di gattopardi, è ora di cambiare

«Noi italiani siamo da sempre il Paese dei Gattopardi. A parole vogliamo che tutto cambi, ma solo perchè tutto rimanga com’è». Sergio Marchionne scuote la platea di Cernobbio, dopo le polemiche sugli annunci e le riforme non realizzate, e chiede all’esecutivo di svoltare sui temi del lavoro, della certezza del diritto, dell’eccesso di burocrazia. Pena per l’Italia, finire sempre più in basso nelle classifiche internazionali, dove già si trova a livelli di Stati come lo Zimbabwe (per l’efficienza del mercato del lavoro) o delle Isole Tonga (per gli ostacoli a fare impresa). «I ‘Mille Giornì sono appena iniziati» osserva l’amministratore di Fiat Chrysler e dà un consiglio a «un governo giovane e con un gruppo di persone determinate a scardinare il sistema»: «scegliete tre cose, realizzatele, e poi passate alle tre successive». L’alternativa è proseguire nel rimpallo come nella storia di ‘Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessunò, dove di fronte a un lavoro importante – racconta Marchionne – finisce che alla fine nessuno fa nulla. Di sicuro, è la ricetta del manager, occorre «dimagrire, asciugare la presenza dello Stato nella vita della gente e delle imprese». A partire dal lavoro, questione sempre affrontata – denuncia – in termini ideologici, e dall’idea del posto a vita: «una concezione a dir poco anomala, che non esiste più in nessun paese civile del mondo. Un concetto da economia socialista», si spinge a dire il numero uno del gruppo automobilistico. Considerato peraltro che è «Impossibile per l’Italia adottare un sistema anglosassone e inutile innamorarsi del sistema tedesco», l’auspicio dell’ a.d di Fiat Chrysler «è che il Jobs Act riporti in equilibrio il rapporto tra Stato, azienda e dipendenti». L’altro tema su cui batte Marchionne, insieme a quello della troppa burocrazia che soffoca le imprese, è la certezza del diritto: ricorda la battaglia giudiziaria con la Fiom sulla rappresentanza sindacale e la decisione della Consulta di dichiarare non conforme alla Costituzione l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori (quello che stabilisce che chi non firma il contratto non ha diritto a rappresentanze sindacali in azienda) e parla di «tirannia della minoranza». A stretto giro arriva la risposta del segretario generale della Cgil Susanna Camusso che gli suggerisce di applicare il Testo unico sulla rappresentanza, firmato da sindacati e Confindustria, «che dà la certezza delle regole». Quindi quella del segretario Fiom Maurizio Landini: «Io non mi sento proprio una minoranza – afferma – Gli suggerirei di cambiare consiglieri», visto che «solo quattro anni dopo capisce che fare accordi con sindacati poco rappresentativi non funziona. Gli accordi vanno fatti con i sindacati rappresentativi». Ma Marchionne, nel suo intervento al workshop Ambrosetti, guarda avanti e, dopo Tomasi di Lampedusa, cita il racconto ‘I cosacchì e invita a far viaggiare l’Italia «verso la modernità» lasciandosi alle spalle «la stazione di Tolstoj». Fiat intanto punta a Wall Street dove conferma la data del 13 ottobre per il debutto. È il giorno dopo il Columbus day: «Sarebbe proprio bella l’idea di sbarcare in America lo stesso giorno che è arrivato lui», dice Marchionne riferendosi a Cristoforo Colombo. Poi toccherà al Cda della nuova Fca, a Londra a fine ottobre, parlare di aumento di capitale o di bond per il gruppo.

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